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Hormuz, la notizia sui cacciamine italiani è appena arrivata

Pubblicato: 15/05/2026 22:16

Gli equilibri geopolitici internazionali si muovono spesso lungo linee invisibili, dove la diplomazia dei palazzi di potere cerca faticosamente di contenere le fiammate che divampano sui terreni di scontro. Quando le grandi potenze scelgono di estendere i tempi della concertazione, si apre una finestra temporale in cui ogni mossa, sia essa logistica o strategica, assume il peso di un preciso messaggio politico. In questo scacchiere globale, le decisioni prese oltreoceano finiscono per influenzare direttamente i movimenti delle forze sul campo, mentre i singoli attori regionali cercano di ridefinire i propri confini di sicurezza e di influenza, in un alternarsi di annunci ufficiali e smentite armate. La complessità di questi scenari impone un monitoraggio costante delle rotte marittime e dei tavoli negoziali, poiché la stabilità di intere aree nevralgiche per il commercio e la convivenza civile dipende dalla tenuta di accordi che appaiono costantemente sospesi sul filo del rasoio, tra dichiarazioni di intenti e realtà fattuali.

Scenari di crisi: la diplomazia di Washington e i movimenti nel Golfo

Sono salpati da Augusta i due cacciamine italiani che potrebbero intervenire nello Stretto di Hormuz a tregua consolidata. Le due unità, il “Crotone” e il “Rimini”, sono diretti a Gibuti, che raggiungeranno attraverso lo Stretto di Suez. Servirà quasi un mese di navigazione ai due cacciamine per raggiungere il Golfo, muovendosi in un quadrante marittimo cruciale. Intanto si apprende che il cessate il fuoco tra Libano e Israele, che sarebbe dovuto scadere domenica, è stato prolungato di altri 45 giorni: l’ha annunciato il Dipartimento di Stato americano al termine del secondo giorno di colloqui tra i due Paesi a Washington. La tregua, in vigore ufficialmente da metà aprile, non è mai stata realmente rispettata sul terreno. Mentre infatti si tratta – con il prossimo round in programma il 2-3 giugno – nel sud del Libano proseguono senza sosta i raid israeliani, i contrattacchi di Hezbollah contro le forze di occupazione e la distruzione sistematica, a colpi di esplosivo e con le ruspe con la Stella di Davide, di intere località libanesi a sud del fiume Litani.

Israele ha annunciato l’uccisione in Libano di un nuovo militare, con un bilancio che sale a 19 soldati e un contractor civile uccisi. E in serata, in quella che i media ebraici definiscono una “possibile violazione del cessate il fuoco”, si è riacceso anche il fronte della guerra contro Hamas: l’aviazione israeliana ha preso di mira, con un raid su un edificio residenziale nel quartiere di Rimal a Gaza City, Izz al-Din Haddad, leader del gruppo palestinese nella Striscia e comandante delle brigate Al-Qassam. Secondo un alto ufficiale della sicurezza israeliana citato dal Times of Israel, ci sono “prime indicazioni” che il leader sia stato ucciso nel raid. “Questo è un messaggio chiaro a tutti gli assassini che cercano di toglierci la vita: prima o poi, Israele vi raggiungerà”, hanno tuonato in una nota il premier Benyamin Netanyahu e il ministro Israel Katz, annunciando l’attacco contro il miliziano definito “uno degli artefici del massacro del 7 ottobre”.

Dichiarazioni che fanno temere per la tregua nella Striscia e che parlano anche al fronte in Libano, dove intanto il bilancio ufficiale dall’inizio della nuova fase della guerra è salito a 2.951 morti, tra cui circa 200 bambini, e circa 9 mila feriti. Nelle ultime 24 ore, secondo le autorità di Beirut, le vittime sono state 59. In questo quadro il governo italiano ha annunciato un nuovo pacchetto di aiuti umanitari al Libano da 15 milioni di euro, dopo i 10 milioni già decisi ad aprile, per sostenere interventi di emergenza a favore della popolazione civile.

Il nodo del fiume Litani e le tensioni politiche

A Washington, le delegazioni trattano attorno a un principio dichiarato da entrambe le parti ma ancora lontano da una possibile applicazione: il disarmo di Hezbollah in cambio del ritiro militare israeliano dal sud del Libano e dalla fascia occupata oltre la linea di demarcazione. Al termine degli ultimi colloqui, il Dipartimento di Stato Usa ha annunciato la decisione di prolungare la tregua di 45 giorni per “consentire ulteriori progressi”, con un nuovo round di colloqui che si terrà il 2 e il 3 giugno. Inoltre, il 29 maggio verrà avviato al Pentagono un dialogo sulla sicurezza con delegazioni militari di entrambi i Paesi, ha riferito ancora un portavoce della diplomazia Usa.

Ma intanto, il Partito di Dio, che non è parte negoziale, ha accusato il presidente libanese Joseph Aoun di aver “rinnegato l’impegno” a non accettare negoziati diretti con Israele prima di un cessate il fuoco “completo e globale”. Mahmud Qomati, membro del Consiglio politico di Hezbollah, ha parlato di un “complotto contro la patria, la sua sovranità e la sua resistenza”. Intanto in Libano suscita sdegno un volantino in ebraico, rilanciato sui social da ambienti israeliani e definito “probabilmente falso” dallo stesso giornalista israeliano Edy Cohen, che pubblicizza presunte attività di rafting sul fiume Litani, indicato come meta turistica in “Alta Galilea”. Il Litani, principale corso d’acqua del sud del Libano, è da mesi al centro degli obiettivi militari israeliani e già un secolo fa era stato indicato da alcuni teorici del sionismo come possibile confine settentrionale del futuro Stato ebraico. Per molti libanesi il messaggio, anche se presentato come una provocazione, conferma il valore simbolico della pressione israeliana sul territorio. “È una vergogna che le nostre autorità non facciano nulla per opporsi allo scempio del nostro territorio”, ha scritto da Beirut Nadim Farhat, sintetizzando il sentimento di frustrazione della popolazione civile.

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