
Il Vaticano ha decretato la scomunica per i membri della Fraternità Sacerdotale San Pio X coinvolti nelle consacrazioni episcopali celebrate il 1° luglio a Écône, in Svizzera, un provvedimento che colpisce direttamente i protagonisti del rito considerato non autorizzato dalla Santa Sede. La decisione è stata formalizzata attraverso un decreto firmato dal prefetto del Dicastero per la Dottrina della Fede, il cardinale Victor Manuel Fernández, e controfirmato dai segretari del Dicastero, stabilendo che i soggetti coinvolti sono incorsi “ipso facto” nella scomunica per aver compiuto un atto di natura scismatica. Al centro del provvedimento ci sono i due vescovi consacranti e i quattro nuovi presuli, ordinati senza mandato pontificio e contro la volontà del Pontefice.
Secondo quanto riportato da Tgcom24, la misura era attesa dopo che la Fraternità Sacerdotale San Pio X aveva ignorato l’appello del Papa a fermare la celebrazione del rito. Il decreto ribadisce che la consacrazione episcopale dei nuovi vescovi è avvenuta in aperta rottura con le norme della Chiesa cattolica, configurando così una frattura canonica immediata e automatica.
Le figure coinvolte nel decreto di scomunica
Il provvedimento riguarda in particolare i vescovi Alfonso de Galarreta e Bernard Fellay, indicati rispettivamente come consacrante principale e co-consacrante. Accanto a loro sono stati colpiti anche i quattro nuovi vescovi ordinati: Pascal Schreiber, Michael Goldade, Michel Poinsinet de Sivry e Marc Hanappier. Secondo il decreto, tutti risultano coinvolti nella medesima azione ritenuta scismatica, con conseguente applicazione automatica della scomunica.
Consacrazioni senza mandato pontificio e rottura con Roma
Alla base della decisione c’è la consacrazione episcopale avvenuta senza mandato pontificio e in contrasto con la volontà del Sommo Pontefice, elemento che secondo il Vaticano configura una grave rottura dell’unità ecclesiale. Il decreto sottolinea come l’atto abbia prodotto una frattura immediata nei rapporti con la Chiesa cattolica, rendendo inevitabile la sanzione canonica massima prevista in questi casi. La vicenda riapre così la tensione tra la Santa Sede e il movimento lefebvriano, già protagonista in passato di altre frizioni con Roma.


