
Di Ultimo conosco un paio di canzoni. Non mi interessa dare un giudizio critico su di lui, sulla sua musica, sul suo successo. Mi interessa un’altra cosa: capire perché 250 mila persone si mettono in viaggio per andare a un suo concerto. Perché questa cosa racconta molto più dell’essere umano che della musica.
Racconta il bisogno di rito collettivo, di comunità, di festa. Il bisogno di esserci, di riconoscersi, di cantare insieme, di sentirsi parte di qualcosa. Il concerto, in fondo, è anche un pretesto: il vero evento è la comunità che si forma intorno a quel pretesto. E quando si pensa una città bisogna partire anche da qui. Non bastano strade, parcheggi, illuminazione, rifiuti, ordinaria amministrazione. Tutto necessario, certo. Ma una città è anche, e forse soprattutto, il luogo in cui una comunità celebra se stessa.
Per questo cinema, teatri, piazze vive, festival, concerti, librerie, luoghi di incontro non sono un lusso. Sono infrastrutture dell’anima civile. Sono gli spazi in cui una comunità smette di essere una somma di individui e torna a essere una comunità. Una città che non offre occasioni di incontro, emozione condivisa, festa, lentamente smette di essere una città. Diventa un insieme di case dove si dorme, si lavora e si riparte.
Forse quei 250 mila ragazzi radunati per Ultimo raccontano proprio questo: le persone non cercano soltanto funzioni. Cercano luoghi e occasioni in cui sentirsi parte di qualcosa di più grande. E una città che rinuncia a questa essenzialità rinuncia a una parte decisiva della propria ragione di esistere.


