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Adinolfi si difende davanti al giudice: “Non sono un truffatore di vecchiette”

Pubblicato: 13/07/2026 14:20

Mario Adinolfi respinge tutte le accuse e, durante l’interrogatorio di garanzia seguito agli arresti domiciliari, ribadisce la propria innocenza. Il fondatore del Popolo della Famiglia ha sostenuto di essere soltanto un giocatore e non un truffatore, chiedendo di poter tornare in libertà. Al termine dell’udienza, i suoi legali hanno presentato un’istanza di scarcerazione, sostenendo che nell’inchiesta non sarebbero stati adeguatamente considerati gli elementi favorevoli alla difesa.

Secondo quanto dichiarato dallo stesso Adinolfi, il gruppo coinvolto nelle scommesse era composto da circa novanta persone, tra cui anche professionisti e figure di rilievo come professori universitari e notai. Ha spiegato che il denaro gli veniva affidato volontariamente dagli scommettitori e ha affermato di aver restituito, in molti casi, somme superiori a quelle ricevute. Come esempio ha citato una donna che avrebbe versato 30 mila euro e alla quale sarebbero stati restituiti 50 mila euro.

Le accuse della Procura

L’interrogatorio rappresenta il primo confronto con il giudice dopo il provvedimento con cui Adinolfi è stato posto agli arresti domiciliari. Gli inquirenti ritengono che dietro quella che veniva presentata come una “scommessa collettiva” si celasse un sistema di raccolta di denaro che avrebbe movimentato circa 4,7 milioni di euro, promettendo rendimenti elevati e la possibilità di riottenere il capitale in qualsiasi momento.

Le contestazioni riguardano l’esercizio abusivo dell’attività finanziaria, la raccolta abusiva del risparmio, la truffa aggravata e l’evasione fiscale. Nell’ambito dell’inchiesta è stato inoltre disposto il sequestro preventivo di beni fino a 400 mila euro, somma ritenuta corrispondente alle imposte che sarebbero state evase.

Come funzionava il sistema secondo gli investigatori

Secondo la ricostruzione dell’accusa, chi decideva di aderire trasferiva il denaro direttamente sui conti personali di Adinolfi, senza contratti o documentazione formale, attraverso bonifici con causali come “versamento”, “quote” o “scommessa collettiva”.

In cambio sarebbero stati prospettati rendimenti fino al 40% per alcune categorie di partecipanti, accompagnati dalla garanzia che il capitale potesse essere restituito in qualsiasi momento. Proprio questo elemento rappresenta uno dei punti centrali dell’indagine: per gli investigatori non si sarebbe trattato di un semplice gruppo di persone che condivideva scommesse sportive, ma di una raccolta del risparmio svolta senza le autorizzazioni previste dalla legge.

Con il passare del tempo, secondo la Procura, i rimborsi avrebbero iniziato a rallentare. Alcuni sarebbero stati versati solo in parte, mentre altri non sarebbero mai arrivati. A chi chiedeva la restituzione del denaro sarebbero state fornite diverse spiegazioni, tra cui presunti problemi bancari, verifiche antiriciclaggio e difficoltà operative. Da queste segnalazioni è poi scaturita l’indagine che ha portato agli arresti domiciliari.

Adinolfi continua però a respingere ogni contestazione, sostenendo che le accuse siano infondate. La decisione sulla richiesta di scarcerazione spetta ora al giudice, chiamato a valutare se confermare o meno la misura cautelare.

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