
Poche settimane prima che Vladimir Putin ordinasse l’invasione dell’Ucraina, Roberto Vannacci continuava a sostenere che Mosca non avrebbe attaccato. E lo faceva durante incontri ufficiali, confronti tra attaché militari e anche davanti a una cena in uno dei ristoranti italiani più noti di Mosca, offerta — secondo il racconto dell’ex attaché britannico John Foreman — a spese dei contribuenti italiani.
È il ritratto che Foreman, in servizio nella capitale russa nel febbraio 2022, consegna a Repubblica. Un racconto che parte dai mesi precedenti alla guerra e descrive un Vannacci convinto che l’Ucraina fosse una questione secondaria, quasi una propaggine naturale della Russia, e soprattutto certo che il Cremlino non sarebbe mai arrivato all’invasione su larga scala.
Secondo l’ex ufficiale britannico, quella convinzione non cambiò neppure quando, dall’autunno del 2021, i segnali militari e le informazioni dell’intelligence occidentale iniziarono ad accumularsi. Il generale italiano avrebbe continuato a escludere lo scenario dell’attacco anche davanti agli altri rappresentanti militari occidentali.

La cena a Mosca e l’errore sull’invasione
Uno degli episodi più significativi risale alla fine di gennaio 2022. Foreman racconta una serata al Balzi Rossi, ristorante italiano di alto livello a Mosca, insieme a Vannacci, ai francesi e ad altri diplomatici europei. Il conto, sostiene l’ex attaché britannico, sarebbe stato pagato dal generale italiano attraverso fondi pubblici.
Durante l’aperitivo, il gruppo discuteva dell’enorme concentrazione di truppe russe attorno all’Ucraina. Foreman ricorda che Vannacci continuava a minimizzare e a escludere l’invasione. Il britannico gli avrebbe replicato che avrebbe scoperto troppo tardi di essersi sbagliato.
Il 24 febbraio, poche settimane dopo, la Russia entrò in Ucraina. Secondo Foreman, alcuni colleghi francesi riconobbero successivamente l’errore di valutazione. Vannacci, invece, non lo avrebbe mai fatto.
Il giudizio dell’ex diplomatico è duro. A suo avviso il generale viveva in una rappresentazione della Russia lontana dagli elementi che stavano emergendo sul terreno, affascinato dall’immagine di un Paese forte e ordinato e poco disposto a modificare la propria interpretazione anche di fronte a segnali sempre più evidenti.
Foreman sostiene inoltre che all’interno dell’ambasciata italiana a Mosca il rischio di una guerra fosse invece discusso seriamente. Vannacci, sempre secondo questa ricostruzione, avrebbe continuato a sostenere davanti all’ambasciatore che l’invasione non sarebbe avvenuta. Una valutazione che, secondo l’ex attaché britannico, avrebbe contribuito a far trovare l’Italia impreparata nelle ore dell’attacco, costringendo a organizzare rapidamente l’evacuazione del personale da Kiev.
«Non un agente russo, ma vicino all’idea dell’uomo forte»
Foreman respinge comunque l’ipotesi più estrema. Non considera Vannacci un agente russo né qualcuno incaricato di agire nell’interesse del Cremlino. A suo giudizio il generale sarebbe invece culturalmente molto vicino all’idea di leadership autoritaria rappresentata da Putin e a una concezione politica fondata su ordine, forza dello Stato e valori tradizionali.
L’ex attaché sostiene di avere incontrato anche altri esponenti italiani con una lettura simile: la guerra in Ucraina interpretata essenzialmente come una crisi interna alimentata dall’Occidente e la Russia considerata con minore diffidenza rispetto ad altre minacce internazionali, anche dopo l’annessione della Crimea e gli episodi di avvelenamento attribuiti a Mosca nel Regno Unito.
Secondo Foreman, proprio questo tipo di fratture interne agli Stati europei rappresenta un terreno favorevole per il Cremlino. Le prese di posizione di chi chiede di ridurre il sostegno all’Ucraina vengono infatti amplificate dalla propaganda russa, perché contribuiscono a indebolire il fronte occidentale.
Nel racconto dell’ex diplomatico entra anche il rapporto personale di Vannacci con Mosca. La capitale russa, spiega Foreman, piaceva sia al generale sia alla moglie Camelia Mihailescu. Vannacci avrebbe apprezzato in particolare l’immagine di una città ordinata, controllata da uno Stato forte e caratterizzata da un’imponente presenza dell’apparato militare.
Foreman distingue comunque il giudizio politico da quello personale. Dice di non avere nulla contro l’ex collega e di poter tranquillamente tornare a bere qualcosa con lui. Ma sulle sue idee in materia di Russia il giudizio resta netto: una lettura che considera fortemente distorta e lontana dalla realtà.
Intanto Vannacci continua a spostare il confronto sul terreno della politica italiana. In un’intervista al Fatto Quotidiano rivendica la crescita di Futuro Nazionale, sostiene che il movimento stia avanzando più di quanto registrino i sondaggi e indica le suppletive di Reggio Calabria come un test nazionale.
L’obiettivo dichiarato è battere anche il centrodestra tradizionale e replicare, sul piano politico, l’effetto prodotto dall’avanzata della destra radicale tedesca. Per Vannacci, Reggio Calabria dovrebbe diventare la sua “Sassonia”: il primo segnale di un cambio degli equilibri dentro la destra italiana.


