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Femminicidio Cinzia Pinna, parole shock della madre di lui: “Ecco perché non ho parlato”

Pubblicato: 09/09/2026 12:05

Per trent’anni, racconta, avrebbe subito pugni, minacce di morte, umiliazioni e un controllo costante da parte del marito. Un lungo silenzio che Nicolina Giagheddu, madre di Emanuele Ragnedda, ha deciso di interrompere dopo l’omicidio di Cinzia Pinna, la 33enne di Castelsardo uccisa nella tenuta di ConcaEntosa. In un’intervista a Repubblica, la donna racconta di aver denunciato il marito Mario Ragnedda per le violenze che sostiene di aver subito durante il matrimonio.

È proprio la morte di Cinzia, per la quale il figlio Emanuele Ragnedda ha confessato, ad aver rappresentato uno spartiacque nella vita della donna. Giagheddu sostiene di avere taciuto a lungo anche nel tentativo di proteggere il figlio. Ora, invece, ha scelto di raccontare ciò che sarebbe avvenuto nella sua famiglia e di mettere tutto nelle mani dei suoi legali.

Le accuse formulate dalla donna nei confronti del marito dovranno naturalmente essere verificate nelle sedi competenti.

«Sono stata picchiata per trent’anni»

Il racconto di Nicolina Giagheddu descrive una vita familiare segnata, secondo le sue accuse, da una violenza protratta per decenni.

«Sono stata picchiata per trent’anni da mio marito, mi dava pugni in testa per banali disguidi, venivo rinchiusa in casa, umiliata, minacciata di morte», racconta nell’intervista.

Giagheddu sostiene che il marito avrebbe progressivamente limitato la sua autonomia, creando quello che descrive come un sistema di dominio e controllo. La donna afferma inoltre di essere stata minacciata anche con un’arma e riferisce altri episodi di estrema gravità, confluiti nella denuncia. Secondo il suo racconto, a sostegno delle accuse ci sarebbero audio, messaggi e fotografie consegnati ai legali.

«Cinzia mi ha dato il coraggio di denunciare»

A spingerla a rompere il silenzio sarebbe stata proprio la morte di Cinzia Pinna, uccisa nella tenuta appartenente alla famiglia.

«Sulla terra di mio padre, sulla mia terra, a Conca Entosa, è stato versato il sangue di Cinzia. Il suo corpo è stato gettato tra i rovi della tenuta dove è rimasto per 12 giorni», racconta Giagheddu.

Poi spiega il legame tra quella tragedia e la propria decisione: «Tutti hanno definito quella ragazza fragile e invece non è così. È talmente forte da avere dato anche a me il coraggio di denunciare e di non restare più in silenzio».

L’omicidio di Cinzia Pinna è avvenuto nel settembre 2025 nella tenuta di ConcaEntosa, nelle campagne tra Palau e Arzachena. Emanuele Ragnedda ha confessato di aver ucciso la 33enne e si trova detenuto nel carcere di Bancali.

«Non parlavo perché volevo proteggere mio figlio»

Giagheddu spiega anche perché, secondo il suo racconto, abbia atteso così tanto prima di denunciare.

«Volevo proteggerlo. Ma da quando le prove dicono che lui ha ucciso quella donna appena conosciuta, ho deciso di ribellarmi alla violenza in famiglia», afferma riferendosi al figlio.

Negli ultimi mesi, assistita dalle avvocate Angela Corda e Rosalia Deiana, la donna avrebbe ricostruito gli episodi che sostiene di avere subito nel corso degli anni.

Giagheddu racconta di aver lasciato la casa coniugale il 7 ottobre 2025, mantenendo inizialmente riservata la separazione. Dal novembre successivo avrebbe poi interrotto ogni rapporto con il marito.

Le accuse dopo la separazione

Secondo Giagheddu, però, le pressioni non sarebbero terminate con l’allontanamento dalla casa coniugale.

La donna sostiene di avere trovato il marito appostato sotto la sua nuova abitazione o nei pressi dei ristoranti da lei frequentati. «Questo mi crea una continua tensione», racconta.

Nell’intervista formula anche ulteriori accuse molto gravi nei confronti del marito e chiede che gli inquirenti approfondiscano alcuni elementi che, a suo giudizio, potrebbero essere rilevanti anche per ricostruire ciò che avvenne dopo l’omicidio di Cinzia Pinna. Si tratta, allo stato, di sospetti e dichiarazioni della donna, e non di responsabilità accertate.

La rottura con il figlio Emanuele

Dopo l’arresto di Emanuele Ragnedda, Nicolina Giagheddu aveva assunto pubblicamente una posizione durissima nei confronti del figlio.

«Deve pagare. Sono io la prima a fargliela pagare», aveva dichiarato pochi giorni dopo l’emersione del delitto, aggiungendo che «non si perdonano certe cose».

Quella posizione, stando alle sue nuove dichiarazioni, non è cambiata. Giagheddu non intende riallacciare i rapporti con il figlio fino a quando, sostiene, non verrà raccontata tutta la verità su quanto accaduto quella notte.

«Venderò ConcaEntosa e risarcirò la famiglia di Cinzia»

C’è infine una decisione che riguarda direttamente ConcaEntosa, la tenuta diventata il luogo simbolo della tragedia e che appartiene a Nicolina Giagheddu.

La donna annuncia di voler vendere la proprietà e destinare il ricavato alla famiglia di Cinzia Pinna.

«Presto venderò ConcaEntosa e risarcirò la famiglia di Cinzia Pinna. So bene che i miei soldi non riporteranno indietro le lancette del tempo ma sento di doverlo fare», afferma.

Un gesto che Giagheddu lega alla volontà di prendere definitivamente le distanze da quanto accaduto nella tenuta e di non rimanere più in silenzio sulle violenze che sostiene di avere vissuto per decenni.

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