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11 settembre, 25 anni dopo: come il crollo delle Torri Gemelle condiziona ancora il mondo di oggi

Pubblicato: 11/09/2026 07:35

Venticinque anni dopo, l’11 settembre 2001 non è più soltanto il ricordo di una giornata che ha sconvolto il mondo. È diventato Storia. Ma le conseguenze di quella mattina continuano a pesare sugli Stati Uniti, sulla politica internazionale e persino sulle dinamiche che hanno favorito l’affermazione del trumpismo.

A ricostruire questa lunga eredità è Mattia Diletti, professore associato di Sociologia dei fenomeni politici alla Sapienza Università di Roma ed esperto di politica statunitense, che in un’intervista a Leggo analizza ciò che è accaduto nei venticinque anni trascorsi dagli attentati alle Torri Gemelle e individua proprio nell’11 settembre l’inizio di una serie di scelte strategiche che avrebbero progressivamente indebolito la posizione americana nel mondo.

«L’11 settembre è l’inizio degli errori strategici di Washington», spiega Diletti a Leggo. «Gli Stati Uniti, dopo la fine della Guerra fredda, avevano accumulato un enorme capitale politico e strategico. Quel capitale è stato progressivamente consumato».

Dall’Afghanistan all’Iraq: «Due guerre dai risultati fallimentari»

Gli attentati dell’11 settembre provocarono 2.977 vittime, oltre ai 19 dirottatori. Quattro aerei di linea furono sequestrati da terroristi di al-Qaida: due vennero fatti schiantare contro le Torri Gemelle del World Trade Center, un terzo colpì il Pentagono e il quarto precipitò in Pennsylvania dopo la reazione dei passeggeri.

La risposta americana cambiò profondamente gli equilibri internazionali. Nell’ottobre 2001 gli Stati Uniti intervennero in Afghanistan, con l’obiettivo di colpire al-Qaida e rovesciare il regime talebano che aveva dato rifugio a Osama bin Laden. Nel marzo 2003 arrivò poi l’invasione dell’Iraq.

Per Diletti, proprio quelle decisioni rappresentano uno dei passaggi cruciali per comprendere ciò che sarebbe accaduto negli anni successivi.

«Le due guerre hanno prodotto risultati fallimentari», sostiene nell’intervista a Leggo. «In Afghanistan gli Stati Uniti avevano il sostegno del mondo intero, ma hanno finito per trovarsi dentro un conflitto senza una vera strategia di uscita. In Iraq, invece, hanno aperto un fronte che ha avuto conseguenze profonde sull’intero Medio Oriente».

La guerra afghana sarebbe durata vent’anni, fino al ritiro statunitense del 2021 e al ritorno dei talebani al potere. Parallelamente, la cosiddetta guerra al terrore avrebbe modificato per decenni la politica estera e di sicurezza americana.

Diletti: «Gli Stati Uniti si scoprono vulnerabili»

L’11 settembre rappresentò anche la scoperta di una vulnerabilità che fino a quel momento appariva difficilmente immaginabile per la maggiore potenza militare mondiale.

«Per la prima volta gli Stati Uniti si scoprono vulnerabili in modo strutturale», sottolinea Diletti. «E la risposta scelta da Washington è quella di puntare soprattutto sulla forza militare».

Ma le conseguenze andarono ben oltre i campi di battaglia. Negli Stati Uniti arrivarono il Patriot Act, un enorme rafforzamento dei controlli aeroportuali, la nascita della Transportation Security Administration e, nel 2002, del Department of Homeland Security.

Sul piano internazionale, invece, le guerre, le vittime civili, le operazioni antiterrorismo e il carcere di Guantánamo contribuirono progressivamente a incrinare l’immagine degli Stati Uniti anche presso una parte di quei Paesi che, subito dopo gli attentati, avevano manifestato solidarietà e sostegno a Washington.

Le “endless wars” e la strada verso Trump

C’è poi un filo che, secondo Diletti, collega indirettamente quella stagione alla successiva trasformazione della politica americana e all’ascesa di Donald Trump.

Non perché l’11 settembre abbia determinato direttamente la nascita del trumpismo, ma perché le conseguenze delle guerre combattute dopo gli attentati hanno contribuito ad alimentare una profonda sfiducia nei confronti delle élite politiche tradizionali.

«Le cosiddette “endless wars”, dall’Afghanistan all’Iraq, hanno prodotto un enorme risentimento», spiega il professore a Leggo. «Si è diffusa l’idea che le élite di Washington avessero speso enormi quantità di denaro e sacrificato vite umane senza ottenere risultati concreti».

A quel malcontento si sarebbero aggiunti la crisi finanziaria del 2008, le conseguenze della globalizzazione e una crescente sfiducia nelle istituzioni.

È anche su questo terreno che Trump ha costruito una parte della propria proposta politica: la promessa di rompere con una politica estera percepita come troppo costosa e con una classe dirigente accusata da molti elettori di essere distante dai loro problemi.

Il 2001 e l’ascesa della Cina

Nell’analisi di Diletti c’è anche un’altra data fondamentale. L’11 dicembre 2001, appena tre mesi dopo gli attentati, la Cina entrò nell’Organizzazione mondiale del commercio.

Mentre Washington iniziava a concentrare enormi risorse politiche, militari ed economiche sulla lotta al terrorismo, il baricentro dell’economia mondiale cominciava progressivamente a spostarsi verso Oriente.

Il 2001 diventa così un anno spartiacque sotto due prospettive differenti: da una parte l’inizio della lunga stagione americana della guerra al terrorismo, dall’altra una trasformazione dell’economia globale che avrebbe contribuito alla crescita della Cina come principale concorrente strategico degli Stati Uniti.

Trump al Pentagono per il 25° anniversario

Anche la commemorazione del 25° anniversario assume, secondo Diletti, un significato politico.

Trump ha scelto di partecipare alle celebrazioni al Pentagono, anziché alla cerimonia di Ground Zero a New York. Nella città simbolo degli attentati saranno presenti altri rappresentanti dell’amministrazione, tra cui il vicepresidente JD Vance.

«Posso immaginare che scegliere il Pentagono permetta a Trump di evitare di condividere il palco di Ground Zero con altri leader politici», osserva Diletti nell’intervista a Leggo. «Ma è anche una scelta coerente con una certa idea dell’America e del ruolo della forza militare».

Proprio il ricorso alla potenza militare rappresenta, però, uno degli aspetti sui quali il professore invita a riflettere dopo venticinque anni.

«La vera lezione risiede nei limiti del potere coercitivo», afferma. «Non tutto può essere risolto attraverso la forza. La diplomazia, le alleanze e la capacità di costruire consenso restano fondamentali».

L’eredità umana dell’11 settembre

Accanto alle conseguenze geopolitiche rimane poi un’eredità molto più concreta. Le polveri e le sostanze tossiche sprigionate dal crollo delle Torri Gemelle hanno inciso sulla salute di migliaia di soccorritori, lavoratori e sopravvissuti.

A un quarto di secolo dagli attentati, il programma sanitario federale dedicato a chi fu esposto continua a seguire una vasta popolazione, mentre patologie respiratorie e tumori associati all’esposizione alle sostanze presenti nell’area del World Trade Center restano una delle conseguenze di lungo periodo della tragedia.

Una dimensione che rischia talvolta di essere oscurata dal peso politico e militare dell’evento, ma che ricorda come l’11 settembre continui a incidere direttamente sulla vita delle persone.

«Il rischio è che diventi soltanto una pagina di storia»

C’è infine la questione della memoria. Per milioni di giovani nati dopo il 2001, le immagini degli aerei contro le Torri Gemelle, del fumo su Manhattan e del crollo dei grattacieli non appartengono a un ricordo personale. Sono immagini conosciute attraverso libri, documentari, social network e racconti familiari.

«Il rischio è che l’11 settembre diventi soltanto una pagina di storia», avverte Diletti nell’intervista a Leggo. «Ma la memoria serve proprio a capire come si arriva a determinate scelte e quali possono essere le conseguenze».

Il mondo del 2026, del resto, è profondamente diverso da quello che esisteva alla vigilia degli attentati. La supremazia americana appare meno incontrastata, la Cina è diventata una potenza economica e geopolitica centrale e le crisi internazionali sono sempre più intrecciate tra loro.

Ed è qui che, secondo Diletti, si trova forse la lezione più attuale di quel giorno: «Non esistono più nemici semplici contro cui costruire una risposta semplice. Le crisi sono interdipendenti e richiedono strumenti diversi: militari, diplomatici, economici e politici».

A venticinque anni dall’11 settembre, dunque, ricordare le vittime significa anche interrogarsi sulle decisioni prese dopo gli attentati e sulle conseguenze che quelle scelte continuano ad avere. Perché quella mattina del 2001 appartiene ormai alla Storia, ma una parte della storia che ha messo in movimento è ancora in corso.

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