
Dopo due stagioni intense sulla panchina del Napoli, Antonio Conte si è preso un anno di pausa. Un periodo di stop che non rappresenta certo una novità per l’allenatore salentino, abituato a fermarsi dopo esperienze particolarmente impegnative. A Napoli ha lasciato un’eredità pesante: uno Scudetto, una Supercoppa e un secondo posto in campionato, al termine di un biennio che ha richiesto energie enormi.
Il 57enne tecnico leccese aveva già scelto una strada simile dopo l’esperienza al Chelsea, fermandosi nella stagione 2018/19 prima di approdare all’Inter, con cui avrebbe poi conquistato il campionato. Un’altra pausa era arrivata dopo l’addio al Tottenham, al termine della stagione 2022/23. Ora Conte si trova nuovamente alla finestra, ma lontano dal calcio giocato soltanto in apparenza: il suo tempo libero è diventato un modo diverso per studiare il pallone.
«È stata un’esperienza fantastica», ha raccontato a The Athletic parlando dei due anni a Napoli. Una parentesi che, però, ha avuto un costo enorme in termini di energie. Per Conte competere ai vertici del calcio italiano significa affrontare ogni settimana una battaglia e confrontarsi con squadre come Inter, Juventus e Milan. Ora, senza una panchina da gestire, può osservare le partite con maggiore calma, studiare nuove idee e cercare di capire come il calcio stia cambiando.

Ed è proprio l’evoluzione del gioco uno degli aspetti che più interessano Conte. Secondo l’allenatore, rispetto al passato è cambiato anche il modo in cui le squadre affrontano i grandi club. Se un tempo contro formazioni come Manchester City o Liverpool molti avversari sceglievano un atteggiamento quasi esclusivamente difensivo, oggi il divario tecnico viene affrontato con maggiore coraggio. Il calcio, sostiene Conte, richiede continuamente nuove risposte e chi si ferma rischia di essere superato.
Ma quale sarà la prossima destinazione dell’allenatore? Conte sembra avere un identikit molto preciso. Non cerca semplicemente una squadra forte o una società disposta a investire: vorrebbe un club dalla grande storia, magari un club che negli ultimi anni abbia perso parte della propria identità vincente. «Mi piacerebbe andare in uno di questi club per spolverare quella storia e farla risplendere ancora una volta», ha spiegato. Una sfida nella quale pressione e ambizione devono essere parte integrante del progetto.
Per Conte, infatti, allenare una società ricca di trofei significa assumersi una responsabilità precisa: tornare a competere per vincere. L’allenatore sa che ogni stagione soltanto una squadra può conquistare il titolo, ma ritiene fondamentale riuscire a trasmettere a giocatori, dirigenti e tifosi quella scintilla che permette di credere nell’impresa. Anche un solo punto percentuale di convinzione, secondo la sua filosofia, può trasformarsi attraverso il lavoro in una spinta molto più grande.
La sua idea di calcio parte anche dalla capacità dell’allenatore di coinvolgere tutto l’ambiente. Non soltanto i giocatori e lo staff tecnico, ma ogni persona che lavora quotidianamente all’interno di una società. Conte parla di massaggiatori, magazzinieri, fisioterapisti e persino giardinieri: tutti devono sentirsi parte di un progetto comune. Perché la cultura della vittoria, nella sua visione, non nasce soltanto dalla qualità della rosa, ma da un’identità condivisa.
Conte guarda poi al tema del denaro, soprattutto osservando il calcio inglese, dove la disponibilità economica dei club ha raggiunto livelli difficilmente paragonabili al resto d’Europa. Ma avere risorse, sottolinea, non significa automaticamente vincere. Cita il Como e il lavoro di Cesc Fàbregas, ma anche il percorso del nuovo Paris Saint-Germain, arrivato al successo europeo dopo aver abbandonato la logica del semplice accumulo di stelle. L’equilibrio della squadra e la chimica del gruppo, per Conte, contano più della somma dei grandi nomi.
Resta così intatta la filosofia che ha accompagnato tutta la carriera dell’allenatore: lavoro, sacrificio e fame di vittoria. Conte sa che il successo non è garantito e che le sconfitte lasciano cicatrici profonde. È proprio per questo che cerca di trasmettere ai suoi giocatori una ferocia agonistica costruita anche sulle occasioni perdute. Il messaggio è semplice: non esiste sempre una seconda possibilità. Chi vuole vincere deve andare a prendersi il risultato, giorno dopo giorno. E se arriverà la chiamata di un grande club desideroso di riscoprire la propria storia, Conte sarà pronto a raccogliere la sfida, con la stessa ossessione per i trofei che ha segnato tutta la sua carriera.


