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Israele al voto: tre scenari e una sorpresa che può cambiare tutto

Pubblicato: 27/10/2026 09:39

La politica israeliana è un parco divertimenti. C’è sempre qualcosa che riesce a sorprenderti». Yaron Dekel sorride mentre prova a mettere ordine nelle possibili conseguenze delle elezioni israeliane. Quarant’anni di giornalismo, una lunga esperienza da corrispondente negli Stati Uniti, interviste a tre presidenti americani e a otto primi ministri israeliani, un passato alla guida della radio delle Forze di difesa israeliane. Dekel conosce i protagonisti della politica nazionale e soprattutto conosce le sue imprevedibilità. Questa mattina, nel confronto con alcuni giornalisti italiani, prova a immaginare quello che potrebbe accadere dopo la chiusura delle urne. E avverte subito: «Non fidatevi troppo dei sondaggi. Sono l’unico strumento che abbiamo, ma possono sbagliare».

Il punto di partenza è apparentemente semplice. Benjamin Netanyahu potrebbe perdere la maggioranza parlamentare senza che i suoi avversari riescano a conquistarne una nuova. È il paradosso intorno al quale ruotano le elezioni del 27 ottobre, le prime dopo il massacro del 7 ottobre 2023 e tre anni di guerra. Secondo Dekel, il voto potrebbe produrre una maggioranza politica contraria al premier uscente, ma non necessariamente una maggioranza capace di governare. «Le due coalizioni sono molto vicine. Nessuna, secondo le rilevazioni, sembra in grado di raggiungere da sola i 61 seggi necessari». E allora? È qui che comincia la parte più interessante della conversazione.

Il fattore Eisenkot e i voti che Netanyahu rischia di perdere

Per capire le prospettive bisogna partire da Gadi Eisenkot, l’ex capo di Stato maggiore che si è trasformato nel principale sfidante di Netanyahu. Dekel lo conosce e ne descrive il profilo quasi per contrasto con quello del premier. «Non è carismatico, parla a bassa voce, non cerca continuamente di conquistare la scena. Ma viene percepito come una persona seria, affidabile, che dice quello che pensa». In un Paese attraversato da tensioni politiche profonde, queste caratteristiche potrebbero diventare un vantaggio. Anche perché Eisenkot possiede una qualità essenziale per l’elettorato israeliano: la credibilità in materia di sicurezza.

C’è poi una dimensione personale che rende la sua candidatura particolarmente significativa. Eisenkot ha perso un figlio combattendo a Gaza, un sacrificio che gli israeliani conoscono e che contribuisce a definirne l’immagine pubblica. «Gli elettori sanno che conosce Hamas, Hezbollah, l’Iran, gli Houthi. È stato capo dell’esercito. Se devono affidare la sicurezza del Paese a qualcuno che non sia Netanyahu, possono considerarlo una scelta credibile». Dekel sottolinea anche le proposte politiche dello sfidante: una commissione d’inchiesta indipendente sulle responsabilità del 7 ottobre e il superamento delle esenzioni dal servizio militare o civile per gli ultraortodossi.

Il problema per Netanyahu, secondo il giornalista, è che una parte considerevole del suo elettorato tradizionale sembra essersi allontanata. Il Likud, che aveva conquistato 32 seggi, viene collocato da diverse rilevazioni intorno ai 19-22. Una perdita potenzialmente enorme, anche se Dekel invita a non considerarla acquisita. «Dobbiamo capire che cosa faranno gli elettori delusi. Alcuni non voteranno mai per l’opposizione, ma potrebbero decidere di restare a casa. Altri, davanti all’urna, potrebbero tornare a scegliere Netanyahu». È una delle grandi incognite della giornata, insieme all’affluenza della popolazione araba e al comportamento degli israeliani rientrati dall’estero per votare.

Ma c’è un elemento che rende queste elezioni diverse dalle precedenti. «La società israeliana è ancora dentro il trauma del 7 ottobre», osserva Dekel. «La domanda alla quale non abbiamo trovato una risposta è sempre la stessa: come è potuto accadere?». Un Paese dotato di apparati tecnologici e d’intelligence straordinari non è riuscito a impedire l’attacco di Hamas. Per una parte dell’elettorato questa ferita impone un cambiamento politico, per un’altra rafforza la necessità di affidarsi a chi ha già governato durante le guerre. La sicurezza rimane il tema dominante, anche se sul futuro esecutivo peseranno inevitabilmente economia, lavoro, servizi pubblici e costi sociali del conflitto.

I tre scenari: governo di minoranza, grande coalizione o nuove elezioni

Arriviamo così alla domanda centrale: che cosa succederà se Netanyahu perderà la maggioranza e l’opposizione non riuscirà a conquistarla?

Dekel indica tre possibilità. La prima, forse la più interessante, è un governo di minoranza guidato dall’opposizione. Per comprendere questa ipotesi occorre considerare il ruolo dei partiti arabi israeliani. Secondo il giornalista, la loro rappresentanza parlamentare potrebbe crescere dagli attuali dieci seggi fino a circa quindici, grazie a un aumento dell’affluenza. Ma entrambe le coalizioni hanno escluso di coinvolgerli direttamente nel prossimo governo. Una scelta che rischia di rendere quasi impossibile raggiungere i 61 deputati necessari per una maggioranza assoluta.

«Immaginate che Eisenkot e i suoi alleati ottengano 56 seggi e Netanyahu si fermi a 52. Nessuno avrebbe la maggioranza. Ma se i rappresentanti arabi decidessero di astenersi durante il voto di fiducia, Eisenkot potrebbe formare un governo». Sarebbe una soluzione inedita nella fase immediatamente successiva alle elezioni israeliane. Ci sono già stati governi diventati minoritari durante la legislatura, ricorda Dekel, ma non governi nati deliberatamente in questa condizione. La loro sopravvivenza dipenderebbe dalla capacità di evitare che si formi una maggioranza parlamentare contraria.

E qui arriva un’altra sorpresa possibile. Il prossimo primo ministro potrebbe non essere Eisenkot, neppure in caso di successo dell’opposizione. Dekel invita infatti a osservare con attenzione Naftali Bennett, già capo del governo, e Avigdor Lieberman, politico di lungo corso ed ex ministro in diversi esecutivi. «Supponiamo che il partito di Eisenkot conquisti 21 seggi e che Bennett e Lieberman, insieme, ne abbiano 24. Potrebbero sostenere di rappresentare una forza parlamentare più grande e proporre Bennett come primo ministro». A Eisenkot verrebbe offerto il ministero della Difesa, accompagnato da un accordo per una rotazione alla guida del governo dopo due anni.

Una soluzione complicata, naturalmente, ma non del tutto fantasiosa. Bennett ha già sperimentato un accordo di rotazione con Yair Lapid e potrebbe utilizzare proprio quel precedente per convincere Eisenkot. «Gli direbbe: governiamo quattro anni, tu fai esperienza politica guidando la Difesa e dopo due anni diventi primo ministro. Io ho già rispettato una rotazione. Puoi fidarti». L’obiettivo sarebbe partire con un esecutivo sostenuto da una maggioranza relativa e cercare successivamente nuovi alleati parlamentari. Una costruzione politicamente fragile, ma potenzialmente sufficiente a mandare Netanyahu all’opposizione.

Il secondo scenario è un governo di unità nazionale tra Netanyahu ed Eisenkot. Sulla carta sarebbe la soluzione più semplice per garantire numeri consistenti alla Knesset. Nella realtà, sostiene Dekel, rappresenterebbe un’operazione estremamente difficile. «Gli elettori dell’opposizione non vogliono vedere Netanyahu al governo. Hanno votato quei partiti proprio per mandarlo via». Il precedente di Benny Gantz, che aveva accettato di collaborare con Netanyahu e ha successivamente perso gran parte del proprio consenso, viene ricordato come un avvertimento per tutti gli altri leader.

Eppure Dekel non esclude completamente l’ipotesi. Eisenkot potrebbe giustificare un accordo soltanto ottenendo risultati politici molto significativi: l’esclusione dei partiti della destra più radicale, il blocco della controversa riforma giudiziaria, una commissione indipendente sul 7 ottobre e un programma di governo più moderato. «Dovrebbe presentarsi ai suoi elettori spiegando di aver ottenuto cambiamenti sostanziali. Altrimenti rischierebbe di fare la fine di Gantz». Resterebbe inoltre il problema della rotazione: Netanyahu, anche per la sua situazione giudiziaria, vorrebbe probabilmente guidare per primo il governo, mentre Eisenkot avrebbe difficoltà a fidarsi di un accordo simile.

La terza possibilità è quella di un nuovo ritorno alle urne. Se nessuno riuscisse a formare una maggioranza, Israele potrebbe ritrovarsi nella paralisi politica già sperimentata tra il 2019 e il 2021, quando furono necessarie quattro consultazioni elettorali. Dekel ritiene che questa eventualità potrebbe favorire Netanyahu. «Finché non nasce un nuovo governo, quello uscente rimane in carica per gli affari correnti. Netanyahu resterebbe quindi primo ministro». Al contrario, gli esponenti dell’opposizione potrebbero considerare queste elezioni la loro migliore occasione e cercare qualsiasi soluzione praticabile per evitare di ricominciare da capo.

C’è poi un dettaglio del sistema elettorale che può modificare profondamente i rapporti di forza. La soglia di sbarramento è fissata al 3,25% e i voti dei partiti che non la raggiungono non partecipano alla distribuzione dei seggi. Con due coalizioni così vicine, il successo o il fallimento di una piccola formazione potrebbe spostare diversi mandati e cambiare completamente il risultato. È uno dei motivi per cui Dekel continua a raccomandare prudenza davanti alle percentuali dei sondaggi. Bastano pochi voti, concentrati nel punto giusto, per trasformare una sconfitta in una possibilità di governo.

Il ruolo decisivo, una volta conosciuti i risultati, passerà al presidente della Repubblica Isaac Herzog. Sarà lui a consultare i partiti e ad affidare l’incarico alla personalità che riterrà più capace di costruire una coalizione. Non necessariamente al leader del partito più votato. Il primo incaricato avrà 28 giorni, con la possibilità di ottenere una proroga fino a 14 giorni. Se fallisse, il presidente potrebbe affidare il mandato a un altro parlamentare, aprendo una nuova fase di trattative. Una procedura che può prolungare l’incertezza ben oltre la notte elettorale.

La conversazione torna inevitabilmente alla domanda iniziale: chi vincerà davvero? Dekel evita di indicare un nome, ma insiste su un punto politico. Se l’attuale coalizione perdesse molti seggi, il risultato rappresenterebbe comunque una bocciatura importante per Netanyahu, anche se la nuova maggioranza non fosse immediatamente disponibile. «Se da 68 deputati si scende a poco più di 50, significa che una larga parte della Knesset è contraria al governo uscente». Il problema, tuttavia, è trasformare quella contrarietà in un progetto politico capace di durare.

Alle 22 arriveranno i primi exit poll. Dekel li commenterà in televisione, come ha fatto tante volte nella sua carriera. Ma prima di congedarsi lascia un’ultima raccomandazione, quasi una regola fondamentale per chi cerca di interpretare la politica israeliana: «Guardate i risultati di questa sera, ma aspettate il conteggio dei voti. Domani mattina potremmo ritrovarci davanti a uno scenario completamente diverso».

È forse questa la previsione più significativa alla vigilia del verdetto. Israele potrebbe scegliere di cambiare governo senza riuscire a decidere chi dovrà guidare il cambiamento. E la partita per il potere, anziché concludersi con la chiusura delle urne, potrebbe cominciare proprio allora.

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Ultimo Aggiornamento: 27/10/2026 09:53

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