
Per oltre trent’anni il Texas è stato uno dei punti fermi della geografia elettorale repubblicana. Uno Stato immenso, con una popolazione in crescita e un peso politico ed economico fondamentale, nel quale i Democratici hanno inseguito a lungo una vittoria senza riuscire a trasformare le proprie ambizioni in risultati concreti. Adesso, però, qualcosa sembra essersi incrinato. E il volto di questo cambiamento è quello di James Talarico, il candidato democratico che nella notte delle elezioni di midterm sta mettendo in discussione uno dei pilastri del potere conservatore americano.
Leggi anche: Elezioni Usa, diretta midterm: i primi dati premiano i dem e Trump teme il peggio
Leggi anche: Midterm Usa, una guerra di potere tra Congresso e Casa Bianca: leggi, veti e impeachment nella sfida a Trump
I primi risultati provenienti dalle urne raccontano una partita molto diversa da quella che per decenni ha caratterizzato la politica texana. Talarico, rappresentante democratico dello Stato, è in netto vantaggio sul repubblicano Ken Paxton, procuratore generale del Texas e candidato sostenuto da Donald Trump. Con il 53,2% dei seggi scrutinati, il democratico raccoglie circa il 59% dei voti, contro il 39% dell’avversario: un distacco di venti punti che, se confermato al termine dello spoglio, rappresenterebbe una svolta storica. L’Associated Press, al momento dei primi rilevamenti, non aveva ancora assegnato ufficialmente la vittoria.
Non si tratta soltanto di una competizione per un seggio al Senato. Il risultato texano assume un significato nazionale perché arriva proprio nel cuore dell’elettorato repubblicano, in uno Stato che Donald Trump ha conquistato agevolmente alle presidenziali del 2024. Per i Democratici, una vittoria di queste dimensioni avrebbe un valore che supera persino la conquista di un seggio: dimostrerebbe che la coalizione costruita dal presidente non è più in grado di garantire ai Repubblicani il controllo automatico dei territori tradizionalmente conservatori. Per la Casa Bianca, invece, sarebbe uno dei segnali più evidenti delle difficoltà incontrate a metà del secondo mandato.
Il significato della sfida in Texas
Per comprendere la portata di quanto sta accadendo bisogna guardare alla storia elettorale dello Stato. Il Texas non elegge un democratico a una carica statale dal 1994, mentre l’ultimo senatore democratico texano risale addirittura al 1988. Per quasi quarant’anni, dunque, il Partito repubblicano ha potuto considerare il territorio una propria roccaforte, anche quando i Democratici sono riusciti ad avvicinarsi alla vittoria.
L’esempio più significativo era arrivato nel 2018, quando Beto O’Rourke aveva sfiorato la conquista del seggio al Senato detenuto da Ted Cruz, fermandosi a meno di tre punti di distanza. Quella candidatura aveva alimentato l’idea che il Texas potesse diventare uno Stato competitivo, ma le successive elezioni avevano dimostrato quanto fosse difficile trasformare una mobilitazione elettorale in un successo duraturo. Nel 2024, Trump aveva nuovamente vinto con un margine significativo, confermando la solidità dell’elettorato repubblicano.
La situazione del 2026 presenta però caratteristiche differenti. Per la prima volta da decenni, i Democratici sono arrivati all’appuntamento con una candidatura capace di mantenere un vantaggio nei sondaggi per diversi mesi. Prima del voto, le rilevazioni indicavano una competizione molto serrata, ma Talarico aveva già mostrato una capacità di mobilitazione superiore alle aspettative. La sua campagna ha inoltre beneficiato di un’affluenza anticipata record: oltre 7,7 milioni di texani avevano già votato, pari al 40,5% degli elettori registrati, il dato più alto mai registrato in una midterm nella storia recente dello Stato.
Chi è James Talarico, il democratico che ha cambiato la partita
Il successo elettorale di Talarico non nasce dal nulla. Trentaseienne, insegnante di scuola pubblica prima di entrare in politica, è cresciuto a Round Rock, nell’area metropolitana di Austin. Ha studiato all’Università del Texas e successivamente ad Harvard. Dopo la laurea ha insegnato in una scuola media di San Antonio, entrando in contatto diretto con le difficoltà del sistema scolastico texano. Nel 2018 è stato eletto alla Camera dei rappresentanti dello Stato, diventando uno dei volti emergenti del Partito democratico locale.
Il suo percorso politico si è sviluppato attorno a due temi: istruzione e giustizia sociale, con una particolare attenzione al costo della vita e all’accessibilità dei servizi. Da ex insegnante ha lavorato alle riforme del finanziamento scolastico, al sostegno alla salute mentale degli studenti e alla riduzione del numero di alunni per insegnante nelle classi prescolari. Ha inoltre sostenuto provvedimenti per contenere il costo dell’insulina e dei farmaci. Un profilo che gli ha permesso di costruire un’immagine diversa da quella del politico tradizionale, anche grazie alla sua formazione religiosa.
Talarico è infatti anche un seminarista presbiteriano. La fede cristiana è diventata una componente centrale della sua comunicazione politica, ma non nella forma tradizionalmente utilizzata dalla destra religiosa americana. Il candidato ha cercato di costruire un messaggio che unisse sensibilità progressista e riferimenti alla tradizione cristiana, presentando la politica come uno strumento per ridurre le disuguaglianze e contrastare il potere economico delle grandi aziende e dei miliardari.
La sua strategia si è vista soprattutto durante le primarie democratiche di marzo, quando ha battuto la deputata federale Jasmine Crockett, una delle figure più conosciute del partito a livello nazionale. La competizione metteva a confronto due impostazioni differenti: da una parte la comunicazione combattiva e fortemente identitaria di Crockett, dall’altra il tentativo di Talarico di raggiungere anche gli elettori moderati e una parte dell’elettorato indipendente. La vittoria alle primarie ha dimostrato che una parte consistente dei Democratici texani preferiva puntare su una candidatura capace di parlare anche al di fuori della base progressista.
La campagna per il Senato ha poi consolidato questa impostazione. Talarico ha concentrato i propri interventi sull’aumento dei prezzi, sulle difficoltà economiche delle famiglie e sull’influenza dei grandi finanziatori sulla politica americana. Il suo messaggio è stato sintetizzato in una contrapposizione tra cittadini comuni e un sistema politico condizionato dagli interessi economici. Non a caso, uno dei principali bersagli della sua campagna è stato proprio Ken Paxton, presentato come l’espressione di una classe dirigente legata ai grandi finanziatori e attraversata da controversie giudiziarie e personali.
Il Texas cambia volto: le periferie, i giovani e il voto latino
Ma sarebbe riduttivo attribuire tutto alla personalità del candidato. Il risultato texano è anche il prodotto di una trasformazione demografica e sociale che procede da anni. Il Texas continua a essere uno Stato profondamente conservatore, soprattutto nelle aree rurali e nelle zone meno urbanizzate. Tuttavia, le grandi aree metropolitane stanno crescendo rapidamente e stanno modificando progressivamente gli equilibri elettorali.
Il fenomeno riguarda soprattutto il cosiddetto Texas Triangle, il triangolo formato dalle aree metropolitane di Dallas-Fort Worth, Houston, San Antonio e Austin. Qui si concentra una parte significativa della crescita economica e demografica dello Stato. Le periferie, un tempo considerate territori prevalentemente repubblicani, sono diventate comunità sempre più popolose e diversificate. Secondo un’analisi del Texas Tribune, i 16 principali distretti suburbani considerati dallo studio sono passati in otto anni da circa un quinto a quasi un quarto degli elettori registrati. Dal 2012, tutti hanno aumentato il numero degli elettori registrati di almeno il 30%.
Anche la composizione della popolazione è cambiata. Nel 2014, nelle 16 contee suburbane analizzate, le persone appartenenti a minoranze etniche rappresentavano il 40% degli abitanti. Nel 2024 erano arrivate a sfiorare la metà della popolazione. In alcune aree, come le contee di Hays e Williamson, entrambe nell’area di Austin, la crescita demografica tra il 2020 e il 2025 ha superato il 23%. Sono territori nei quali l’espansione urbana, l’arrivo di nuovi residenti e la diversificazione sociale stanno rendendo meno prevedibili le tradizionali appartenenze politiche.
Non significa che tutte queste comunità siano diventate democratiche. Alcune periferie continuano a votare repubblicano e nel 2024 una parte dell’elettorato suburbano si era persino spostata verso Trump. Il cambiamento consiste piuttosto nella perdita di quella compattezza che per anni aveva permesso ai Repubblicani di contare su margini molto ampi. I Democratici possono adesso competere in territori nei quali un tempo la loro presenza era marginale.
Un altro elemento decisivo è rappresentato dal voto latino. Nel 2024 Trump aveva ottenuto risultati significativi tra gli elettori ispanici, conquistando il 55% dei loro consensi secondo gli exit poll. Una parte di quell’elettorato aveva abbandonato i Democratici, attratta soprattutto dalle posizioni repubblicane sull’immigrazione e dall’attenzione ai temi economici. Nel 2026, tuttavia, la situazione appare diversa. Le rilevazioni dell’Università del Texas indicavano Talarico in vantaggio tra i probabili elettori latini con il 54%, contro il 41% di Paxton.
A incidere sono state anche le politiche migratorie dell’amministrazione Trump. Le operazioni dell’Immigration and Customs Enforcement (Ice), con arresti e deportazioni, hanno alimentato il malcontento in alcune comunità ispaniche. Non soltanto tra gli immigrati, ma anche tra cittadini americani di origine latinoamericana che hanno visto coinvolte persone della propria famiglia o del proprio quartiere. A questo si aggiunge la questione economica: il costo della benzina, delle abitazioni e dei beni di consumo è diventato un argomento centrale anche per una parte degli elettori che nel 2024 aveva scelto Trump.
Paxton, Musk e il peso della campagna repubblicana
Dall’altra parte della competizione c’era un candidato che, almeno sulla carta, avrebbe dovuto poter contare su una struttura politica molto solida. Ken Paxton è procuratore generale del Texas dal 2015 ed è una delle figure più rappresentative dell’ala conservatrice del Partito repubblicano. Ha costruito la propria carriera sulla battaglia contro l’amministrazione federale democratica e sulla difesa delle posizioni più tradizionaliste della destra americana.
La sua candidatura, però, è arrivata dopo una lunga competizione interna al partito. Paxton ha sconfitto alle primarie di maggio il senatore uscente John Cornyn, sostenuto da una parte dell’establishment repubblicano. La vittoria è arrivata dopo il sostegno pubblico di Trump, che ha contribuito a consolidare la sua posizione tra gli elettori conservatori. Ma la candidatura ha portato con sé anche le controversie che accompagnano da tempo il procuratore generale, comprese le vicende giudiziarie e le accuse personali legate alla sua vita privata. La moglie, la senatrice statale Angela Paxton, ha avviato una procedura di divorzio accusandolo di adulterio.
La campagna repubblicana ha cercato di trasformare la competizione in un referendum sull’identità culturale dello Stato, presentando Talarico come un esponente radicale della sinistra. Il democratico è stato attaccato per le sue dichiarazioni sulla religione e per le sue posizioni sui diritti delle persone transgender. Una strategia che non è riuscita, almeno nei primi risultati, a impedire la crescita del consenso nei suoi confronti.
Anche il sostegno economico non è mancato. La competizione è stata indicata come la più costosa mai registrata per una corsa al Senato non presidenziale. Secondo Reuters, i gruppi repubblicani hanno investito oltre 300 milioni di dollari in pubblicità a sostegno di Paxton, mentre le spese per Talarico erano state inizialmente molto inferiori. A questo si sono aggiunti gli oltre 200 milioni di dollari attribuiti al sostegno di Elon Musk per la campagna repubblicana. Trump e il vicepresidente JD Vance hanno inoltre partecipato a diversi appuntamenti elettorali nello Stato per mobilitare la base conservatrice.
Il risultato delle prime proiezioni rende quindi particolarmente significativo il vantaggio democratico. Nonostante l’impegno diretto del presidente, la mobilitazione dei principali finanziatori repubblicani e una campagna elettorale molto aggressiva, Talarico ha costruito un margine consistente. Se il dato dovesse essere confermato, la sconfitta non riguarderebbe soltanto Paxton, ma anche la capacità di Trump di trasferire il proprio consenso sui candidati sostenuti personalmente.
La sconfitta che può cambiare gli ultimi due anni di Trump
Il Texas rappresenta uno dei tasselli più importanti del quadro nazionale delle midterm. Il controllo del Senato è in discussione e i Democratici hanno bisogno di conquistare quattro seggi, mantenendo quelli già in loro possesso, per ottenere la maggioranza. La conquista del seggio texano avrebbe dunque conseguenze dirette sugli equilibri di Washington, aumentando i margini di intervento dell’opposizione negli ultimi due anni della presidenza Trump.
Un Senato a maggioranza democratica potrebbe rendere molto più difficile per la Casa Bianca ottenere l’approvazione delle proprie nomine, portare avanti le iniziative legislative e mantenere il controllo dell’agenda parlamentare. Non significherebbe però bloccare automaticamente ogni decisione presidenziale: il potere di veto, le competenze costituzionali del presidente e le regole parlamentari continuerebbero a definire i rapporti tra i diversi poteri.
Il dato politico, tuttavia, sarebbe difficilmente trascurabile. Trump aveva costruito gran parte della propria strategia sulla capacità di mantenere un rapporto diretto con l’elettorato conservatore e di trasformare il Partito repubblicano nel veicolo della propria leadership. Il Texas era uno dei territori nei quali questa formula sembrava maggiormente consolidata. Un risultato come quello che sta emergendo dalle urne mostrerebbe invece che anche in una roccaforte repubblicana possono affermarsi nuove maggioranze elettorali.
Resta naturalmente da capire se la notte del 3 novembre rappresenterà un episodio isolato oppure l’inizio di una trasformazione più profonda. Il Texas non è diventato improvvisamente uno Stato democratico: le aree rurali conservano un peso elettorale rilevante, mentre la crescita delle periferie non comporta automaticamente uno spostamento a sinistra. Ma il vantaggio di Talarico, soprattutto se confermato su queste dimensioni, dimostrerebbe che la tradizionale sicurezza repubblicana non è più sufficiente a garantire il risultato.
Per i Democratici, il Texas potrebbe diventare il simbolo di una strategia nazionale capace di parlare agli elettori moderati, ai lavoratori, alle comunità latine e ai residenti delle periferie in espansione. Per Trump, invece, sarebbe un campanello d’allarme in vista del 2028. La partita texana, insomma, non riguarda soltanto chi siederà al Senato: riguarda la tenuta di un modello politico che per decenni ha considerato il Lone Star State una certezza.


