
Il segnale arriva sottovoce, quasi con imbarazzo, mentre le parole del presidente della Repubblica scorrono ancora sulle agenzie. «Ci tureremo il naso». È così che, dentro la Lega, viene raccontata la scelta di Matteo Salvini di non rompere sul decreto che rinnova il sostegno militare all’Ucraina. Un passaggio che fino a pochi giorni fa sembrava impossibile e che invece ora prende forma, complice una pressione politica esercitata direttamente da Giorgia Meloni, determinata a non arretrare sulla linea internazionale del governo.
Il decreto sugli aiuti a Kiev, che il Carroccio aveva promesso di non votare più, passerà anche grazie ai leghisti. Ne sono convinti a via Bellerio e lo confermano, senza nasconderlo, sia in Fratelli d’Italia sia in Forza Italia, che hanno seguito da vicino le oscillazioni di Salvini tra identità di partito e responsabilità di governo. La premier ha posto la questione in termini netti: non esiste alternativa credibile al «restare saldamente al fianco di Kiev», una posizione ribadita con forza anche dal Quirinale.
Il braccio di ferro e la mediazione
Il confronto tra Meloni e Salvini, consumatosi in più round nell’ultima settimana, è stato tutt’altro che rituale. Il leader leghista ha provato a difendere uno spazio politico residuo chiedendo di inserire nel decreto un riferimento esplicito ai negoziati di pace, guardando non tanto all’Europa quanto all’asse evocato più volte tra Donald Trump e Vladimir Putin. Una mossa simbolica, più psicologica che sostanziale, utile a segnalare una distanza senza arrivare allo strappo.
Su questo terreno si è aperta una fessura di mediazione. Giovanbattista Fazzolari, sottosegretario e uomo-chiave di Palazzo Chigi, ha lasciato intendere che un margine ci sarà: il decreto si farà e, se servirà, si potrà parlare anche di lavoro per la pace. Un’apertura controllata, pensata per evitare una crisi improvvisa e consentire alla maggioranza di ricompattarsi almeno sul voto imminente.
Una tregua fragile nella maggioranza
Nessuno, però, nel centrodestra crede che la partita sia chiusa. Salvini, che solo un anno fa giurava di non sostenere più un decreto sull’Ucraina, deve ora metabolizzare un nuovo allineamento. E mentre l’esecutivo cerca di lasciarsi alle spalle giorni definiti «convulsi» anche da alleati irritati, il leader leghista torna a battere sul suo bersaglio preferito: Bruxelles. Il messaggio alla base è chiaro: sì al decreto, ma senza rinunciare alla battaglia identitaria contro il riarmo europeo.
A provare a raffreddare il clima è Guido Crosetto, che minimizza i contrasti e parla di normali differenze di opinione. Una versione ufficiale utile a prendere tempo. Perché la sensazione, condivisa anche dentro la Lega, è che questa sia solo una tregua operativa, non un cambio di rotta. Lunedì, a Berlino, Meloni sarà con altri leader europei e con Zelensky. Se da lì dovessero arrivare nuovi segnali sulla pace, il Carroccio sarebbe pronto a riaprire il dossier.
Il decreto è un passaggio obbligato. Il vero confronto, quello sull’identità e sulla linea internazionale del governo, resta semplicemente rinviato.


