
Preoccupazione crescente a Palazzo Chigi per le possibili ritorsioni di Mosca contro le 314 aziende italiane ancora operative in Russia e per il conto economico che l’Italia rischierebbe di pagare in caso di un maxi-contenzioso tra l’Unione europea e il Cremlino. Le prime stime che circolano negli ambienti governativi parlano di 15 miliardi di euro, una cifra che pesa come un macigno alla vigilia di una settimana considerata estremamente delicata per l’Ucraina e per l’intera Europa. In questo contesto, Giorgia Meloni prepara le sue mosse diplomatiche, mandando segnali chiari a Bruxelles senza però arrivare allo scontro frontale.
La presidente del Consiglio non intende isolarsi né finire nel gruppo dei Paesi più critici verso l’Unione, ma allo stesso tempo vuole fissare paletti precisi sul dossier degli asset russi congelati. Il confronto sarà centrale sia al Consiglio europeo di giovedì sia negli incontri internazionali previsti a Berlino, dove si discuterà anche con Zelensky e con rappresentanti degli Stati Uniti. L’obiettivo è mantenere una linea di equilibrio, evitando strappi che potrebbero avere conseguenze politiche ed economiche rilevanti.
Asset russi e cautela italiana
Il nodo principale riguarda l’utilizzo dei beni russi bloccati. Venerdì l’Italia ha dato il via libera alla proposta europea di mantenerli congelati in modo permanente fino alla fine del conflitto, ma ha frenato sul loro impiego diretto. Insieme a Belgio, Malta e Bulgaria, Roma ha chiesto che qualsiasi decisione passi attraverso l’unanimità dei leader e non venga adottata a maggioranza. Una posizione che riflette timori giuridici e finanziari, più che un cambio di rotta sul sostegno a Kiev.
Dai vertici dell’esecutivo viene ribadito che non c’è alcuna marcia indietro sull’Ucraina. Il tema, spiegano, è strettamente tecnico: servono garanzie chiare su che tipo di prestito verrebbe attivato e su come l’Europa risponderebbe a eventuali azioni legali di Mosca. Tra le ipotesi sul tavolo c’è anche l’utilizzo di risorse legate al Next Generation EU, ma la discussione resta aperta. Una richiesta però è considerata irrinunciabile: se l’Italia dovrà contribuire con fondi per garantire prestiti europei, queste somme dovranno essere scorporate dal patto di stabilità, come già avvenuto per la spesa in difesa.
Nel frattempo, Meloni cerca sponde tra altri partner europei, in particolare la Francia, convinta che i dubbi non siano isolati. «In tanti hanno dubbi», è la linea che filtra, anche se restano forti le pressioni del blocco del Nord Europa.
Sul fronte interno, la tensione è altrettanto alta. La Lega continua a contestare sia il decreto per l’invio di armi all’Ucraina sia le scelte sugli asset russi. Claudio Borghi ha messo nero su bianco: «La Lega non voterà l’ennesima riproposizione del vecchio decreto». A rafforzare la posizione è intervenuto Matteo Salvini, che ha dichiarato: «Non sono filoputiniano, ma chiediamo discontinuità e saremo ascoltati», definendo le decisioni europee «un azzardo» e avvertendo che «Bruxelles scherza con il fuoco».
Una cautela condivisa anche da Fratelli d’Italia. Il ministro Tommaso Foti ha sottolineato che «per l’utilizzo dei beni russi manca una base giuridica solida, l’Europa non può violare le regole», richiamando l’attenzione sui rischi legali ed economici di una scelta che potrebbe avere conseguenze durature.


