
La notte al Senato si trasforma in un passaggio cruciale per gli equilibri del governo, con la manovra economica che rischia di deragliare sotto il peso delle tensioni interne alla maggioranza. È negli uffici della commissione Bilancio, a tarda sera, che va in scena lo scontro più duro tra la Lega e il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti, esponente dello stesso partito ma ormai percepito come corpo estraneo da una parte del Carroccio.
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Poco prima delle undici, il capogruppo leghista Massimiliano Romeo entra negli uffici parlamentari e afferra il telefono. La chiamata al titolare del Mef è secca, dai toni ultimativi. Il messaggio è chiaro: o le norme sulle pensioni escono dall’emendamento alla legge di bilancio, oppure la Lega è pronta a rompere, non semplicemente a rallentare i lavori. Una minaccia politica che pesa come un macigno e che porta la firma politica di Matteo Salvini, regista dell’offensiva contro il suo stesso ministro.
L’assalto leghista al ministro dell’Economia
Dietro l’aut-aut di Romeo c’è una linea maturata nelle ore precedenti e condivisa con Salvini. Le misure previdenziali inserite nel testo, in particolare la stretta sul riscatto della laurea e l’allungamento delle finestre mobili per l’uscita anticipata dal lavoro, vengono giudicate inaccettabili. Da qui la scelta di forzare la mano, arrivando a una vera e propria sconfessione politica di Giorgetti, accusato dai suoi di aver “fatto un pasticcio”.
La telefonata è breve ma carica di tensione. Il ministro prova a difendere l’impianto delle norme, spiegando che alcuni meccanismi potrebbero essere modificati prima dell’entrata in vigore e che le clausole di salvaguardia servono a garantire l’equilibrio del sistema previdenziale. Argomentazioni che non scalfiscono la posizione dei dirigenti leghisti, decisi a ottenere lo stralcio immediato delle disposizioni contestate.

Palazzo Chigi e la ricerca di una via d’uscita
Dopo il confronto diretto, la voce di Giorgetti riecheggia in vivavoce nella stanza dove si trovano il sottosegretario all’Economia Federico Freni e il ministro per i Rapporti con il Parlamento Luca Ciriani. In collegamento c’è anche la Ragioniera generale Daria Perrotta. Da qui parte il contatto con Palazzo Chigi, affidato al capo di gabinetto Gaetano Caputi, mentre il compito di tirare le fila del confronto spetta al sottosegretario alla Presidenza del Consiglio Alfredo Mantovano.
Il faccia a faccia dura circa un’ora. Il problema è politico ma anche tecnico: togliere le norme sulle pensioni significa far saltare una parte delle coperture del maxi-emendamento, quello che dovrebbe finanziare gli aiuti alle imprese. Dentro il testo ci sono risorse considerate strategiche, comprese misure per un valore di un miliardo di euro riconducibili al Mit guidato da Salvini, dal Piano casa agli interventi sulla mobilità, fino alla rimodulazione dei fondi per il Ponte sullo Stretto.
La soluzione individuata è una exit strategy d’emergenza: scorporare le norme incriminate e recuperare tutto il resto attraverso un decreto legge da approvare in Consiglio dei ministri entro la fine dell’anno. In questo modo, spiegano dal governo, gli impegni presi con le imprese restano intatti e le misure potranno entrare in vigore dal primo gennaio.

Una manovra salvata sul filo
A chiarire la linea è Freni, che assicura come nessuna risorsa andrà persa. Tutto ciò che era stato previsto per sostenere il tessuto produttivo troverà spazio nel nuovo provvedimento o nel decreto annunciato. Ma il prezzo politico è alto. La Finanziaria arriva alla Camera con un calendario compresso, mentre il 30 dicembre diventa la data chiave per evitare l’incubo dell’esercizio provvisorio.
Quella che si consuma nelle stanze del Senato è una notte che lascia il segno. La manovra viene salvata, ma il conflitto interno alla maggioranza esplode in modo evidente, mostrando un governo costretto a rincorrere soluzioni d’urgenza per rimediare a fratture politiche sempre più profonde. Un frutto amaro, maturato sull’albero della stabilità proclamata, che cade proprio alla vigilia dell’approvazione finale.


