
Il clima che accompagna l’ultima fase dell’anno a Palazzo Chigi è tutt’altro che festoso. Alla vigilia delle festività, la legge di Bilancio continua a produrre scosse dentro la maggioranza, mettendo alla prova la tenuta politica del governo guidato da Giorgia Meloni. Nel corso dell’ultimo Consiglio dei ministri prima di Natale, le tensioni accumulate nei giorni precedenti emergono tutte insieme, tra nervosismi, silenzi eloquenti e fratture mai del tutto ricomposte.
La premier arriva alla riunione con un umore appesantito dalle critiche interne alla manovra e da una serie di correzioni dell’ultimo minuto che rischiano di offuscare i risultati rivendicati sul fronte europeo. A pesare, in particolare, è la necessità di intervenire sullo scudo per i datori di lavoro, destinato a essere cancellato dopo i rilievi del Colle. Una decisione comunicata nelle ore serali e che alimenta ulteriore irritazione ai piani alti dell’esecutivo.
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La manovra come elefante nella stanza
Nel chiuso del Cdm, la manovra economica resta sullo sfondo, ma è presente in ogni sguardo e in ogni battuta. La premier rinvia ogni approfondimento a una seduta successiva, prevista in Senato per la nota di variazione di bilancio, mentre dal fronte dei Rapporti con il Parlamento arriva l’indicazione perentoria: al voto in aula dovranno esserci tutti. Nessuna defezione sarà tollerata in un passaggio considerato decisivo per la credibilità dell’esecutivo.
Il clima è reso ancora più teso dall’appuntamento imminente con il decreto Ucraina, che riaccende le distanze all’interno della coalizione. Il tema delle armi a Kiev continua a rappresentare un punto sensibile per la Lega, che non ha mai nascosto le proprie riserve, rendendo necessarie trattative sotterranee per evitare nuove spaccature pubbliche.

Il gelo tra Giorgetti e Salvini
Se c’è un’immagine che fotografa la giornata, è quella della distanza glaciale tra Giancarlo Giorgetti e Matteo Salvini. Dopo giorni di schermaglie sulla legge di Bilancio, i due esponenti di vertice del Carroccio siedono allo stesso tavolo senza scambiarsi una parola. Nessun saluto, nessun gesto distensivo. Un silenzio che pesa più di molte dichiarazioni ufficiali e che conferma come la tregua natalizia, almeno per ora, resti solo un auspicio.
A interpretare gli umori leghisti è Claudio Durigon, che descrive il rapporto tra i due come quello di una coppia in crisi, sospesa tra delusione reciproca e calcoli politici. Un’immagine che restituisce bene la complessità di una fase in cui nessuno sembra voler rompere davvero, ma neppure fare un passo indietro.
Nel frattempo, la discussione si anima su altri dossier. La riforma dei porti, illustrata da Salvini, viene percepita da alcuni ministri come un’operazione eccessivamente centralizzatrice, con la nascita di una nuova super struttura sotto il controllo del Mit. Un progetto che apre interrogativi su nomine e governance, mentre dal Mef arrivano osservazioni sui controlli delle merci negli scali europei, ritenuti troppo permissivi rispetto agli standard italiani.

Regali, battute e un Natale sospeso
A chiudere la riunione, tra tensioni irrisolte e sorrisi di circostanza, arrivano i regali di Natale. La premier omaggia i ministri con piatti di ceramica firmati Ginori, raccomandando di non scartarli subito, mentre altri componenti del governo contribuiscono con doni simbolici: miele, biscotti, piccoli gesti per alleggerire un clima appesantito dalla politica.
Non mancano le battute, talvolta taglienti, che rivelano il nervosismo diffuso. Tra ironia e stanchezza, emerge anche la volontà di alcuni veterani di farsi da parte su dossier delicati come la legge elettorale, segno di un logoramento che attraversa l’intero arco della maggioranza.
Sotto l’albero, però, resta soprattutto la legge di Bilancio, con le sue correzioni, i suoi equilibri precari e le sue divisioni interne. Un Natale che per il governo Meloni si preannuncia tutto fuorché sereno, in attesa di un nuovo anno che promette di essere altrettanto complesso.


