
Dopo settimane di ipotesi e indiscrezioni, prende forma il calendario del referendum sulla riforma della giustizia voluta dal governo Meloni. L’idea iniziale di una forte accelerazione sembra tramontata: l’esecutivo è orientato a posticipare il voto alla seconda metà di marzo 2026, rallentando rispetto ai piani ventilati a fine 2025.
Salvo colpi di scena, il referendum dovrebbe svolgersi in una delle ultime due domeniche di marzo, con voto distribuito su due giorni, domenica e lunedì. Le date più accreditate sono domenica 22 marzo o domenica 29 marzo 2026. La decisione formale non è ancora stata assunta, ma l’indicazione politica appare ormai consolidata. Nelle settimane precedenti si era parlato di una possibile convocazione delle urne entro la fine di febbraio, con l’obiettivo di comprimere i tempi della campagna referendaria. Una strategia resa possibile dal fatto che il referendum non prevede quorum: a determinare l’esito sarà esclusivamente il confronto tra Sì e No. Questa linea, però, è stata accantonata. Il centrodestra ha scelto di allungare i tempi, rinviando il voto di alcune settimane.
Le parole del ministro Nordio
A confermare l’orientamento è stato il ministro della Giustizia Carlo Nordio, che ha parlato di voto “presumibilmente nella seconda metà di marzo”. Una scelta che, secondo il Guardasigilli, non risponde a calcoli politici ma a esigenze di chiarezza.
Nordio ha respinto l’idea che il governo voglia limitare il confronto pubblico: “Semmai è il contrario”, ha spiegato, sostenendo che più informazione sulla riforma potrebbe favorire una maggiore partecipazione e un esito positivo. Una tesi contestata dai sostenitori del No, convinti che proprio un approfondimento dei contenuti possa portare a una bocciatura della legge.
La questione tecnica e la raccolta firme
Secondo il ministro, il rinvio è legato a una ragione tecnica: evitare “incertezze, ricorsi e polemiche” e garantire un confronto “pacato e razionale”. Alla base della cautela ci sarebbe la novità della raccolta firme promossa da privati cittadini, avviata da un gruppo di quindici persone.
Le sottoscrizioni digitali hanno già superato quota 185mila, ma per completare l’iniziativa ne servono 500mila entro il 30 gennaio. Se la soglia non sarà raggiunta, lo scenario resterà invariato. In caso contrario, il quesito dovrebbe passare al vaglio della Corte di Cassazione, aprendo interrogativi su quale testo verrebbe sottoposto agli elettori.
Un nodo ancora aperto
Il governo avrebbe quindi scelto di attendere l’esito della raccolta firme prima di fissare definitivamente la data, per prevenire contenziosi. Nordio ha definito l’iniziativa “inattesa” e “superflua”, ribadendo che “il quesito non si può cambiare”.
Di parere opposto una parte del fronte del No. Il costituzionalista Enrico Grosso, presidente del comitato promosso dall’Associazione nazionale magistrati, ha sostenuto che i promotori hanno “diritto a una pronuncia della Cassazione”, chiamata a chiarire se gli elettori dovranno esprimersi sul quesito originario o su una versione diversa.
Molto dipenderà dunque dall’esito della raccolta firme e dalle valutazioni della Suprema Corte, mentre il referendum giustizia 2026 si avvicina lentamente alla sua data decisiva.


