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Strage di volpi volanti in Australia, corpi ovunque nei parchi: uccise dal caldo estremo

Pubblicato: 16/01/2026 19:55

La drammatica situazione che sta colpendo l’Australia in questi giorni rappresenta uno degli eventi ecologici più devastanti degli ultimi anni, con una moria di massa che ha decimato le popolazioni di volpi volanti. Le temperature proibitive che hanno flagellato gli stati dell’Australia Meridionale, del Victoria e del Nuovo Galles del Sud hanno trasformato parchi e foreste in scenari spettrali, dove migliaia di carcasse giacciono ormai alla base degli alberi.

Questo fenomeno non è purtroppo un caso isolato, ma si inserisce in un contesto di crisi climatica sempre più aggressivo che mette a dura prova la sopravvivenza della fauna selvatica autoctona. I volontari e gli esperti che sono intervenuti sul campo descrivono una realtà che va oltre la semplice emergenza ambientale, parlando di una vera e propria sofferenza collettiva di una specie animale estremamente intelligente e sensibile.

Un’ondata di calore senza precedenti

Il fenomeno meteorologico che ha scatenato questa strage è iniziato venerdì 9 gennaio 2026, portando la colonnina di mercurio a livelli insostenibili per la vita biologica di molte specie. In città come Adelaide sono stati registrati picchi di 43 gradi, mentre metropoli come Sydney e Melbourne hanno costantemente superato la soglia dei 42 gradi. In questo periodo dell’anno l’emisfero australe si trova nel pieno della stagione estiva, ma l’intensità e la persistenza di questo caldo secco hanno superato ogni previsione statistica. Il caldo estremo non si è limitato a una singola giornata torrida, ma è perdurato per un arco di tempo sufficiente a prosciugare le riserve idriche naturali e a rendere l’aria irrespirabile per i piccoli mammiferi. Le autorità locali e le organizzazioni ambientaliste avevano lanciato l’allerta, ma la vastità del territorio colpito ha reso quasi impossibile un intervento capillare per proteggere tutte le colonie di pipistrelli frugivori.

La vulnerabilità biologica degli pteropodidi

Le volpi volanti, appartenenti alla famiglia degli Pteropodidi, possiedono una biologia particolare che le rende estremamente fragili di fronte alle alte temperature. Questi animali non hanno ghiandole sudoripare, il che significa che non dispongono dei meccanismi di termoregolazione evaporativa tipici di molti altri mammiferi. Quando la temperatura ambientale supera la soglia critica dei 42 gradi, il loro corpo entra rapidamente in uno stato di ipertermia. In queste condizioni, gli organi interni subiscono danni irreversibili in brevissimo tempo e gli animali perdono la capacità di volare, cadendo letteralmente dagli alberi. Questo collasso fisico impedisce loro di raggiungere fonti d’acqua o zone più fresche, condannandoli a una morte lenta e dolorosa. La loro unica strategia di difesa naturale consiste nello sventolare le ali per cercare refrigerio, ma con temperature così alte questo sforzo non fa altro che accelerare il processo di disidratazione e il consumo delle ultime energie rimaste.

L’attuale crisi sta colpendo in particolar modo la volpe volante dalla testa grigia, ma la storia recente dell’Australia è costellata di eventi simili che hanno già messo in pericolo altre sottospecie. Nel dicembre del 2018, ad esempio, un’ondata di calore nel Queensland portò alla morte di oltre ventitremila esemplari di volpe volante dagli occhiali, una cifra che rappresentava una parte significativa della popolazione totale di quella specie. Complessivamente, negli ultimi anni si stima che oltre settantamila individui siano deceduti a causa dello stress termico. Questi numeri sono allarmanti perché le volpi volanti svolgono un ruolo ecologico fondamentale come impollinatrici e dispersori di semi nelle foreste australiane. La loro scomparsa su scala così vasta rischia di innescare un effetto domino sull’intero ecosistema forestale, portando alla riduzione della biodiversità vegetale e compromettendo la rigenerazione naturale dei boschi.

Il racconto straziante dei soccorritori

Le testimonianze raccolte tra i volontari che operano nelle cliniche specializzate, come la Fly By Night Bat Clinic Victoria, restituiscono l’immagine di un impegno umano immenso a fronte di una tragedia inarrestabile. I soccorritori hanno descritto scene di madri che tentavano disperatamente di proteggere i propri piccoli con le ali, morendo poi insieme a loro per il calore. Molti cuccioli sono stati trovati ancora vivi accanto ai corpi senza vita delle madri, destinati a morire di fame e sete se non recuperati tempestivamente. Una volontaria di nome Ahsley ha condiviso sui social media la sua esperienza, parlando di turni massacranti e del dolore profondo provato nel vedere questi animali morire tra le proprie braccia. La complessità del soccorso è accentuata dal fatto che solo personale addestrato e vaccinato può manipolare questi mammiferi, rendendo il numero di braccia disponibili sempre troppo esiguo rispetto all’entità della catastrofe.

Per cercare di mitigare gli effetti del calore, i volontari utilizzano dispositivi manuali per la nebulizzazione dell’acqua, cercando di abbassare la temperatura corporea degli animali senza spaventarli. Questa operazione è però estremamente delicata, poiché deve essere eseguita solo in presenza di caldo secco. Se l’umidità fosse troppo elevata, la nebulizzazione rischierebbe di peggiorare la situazione impedendo ulteriormente lo scambio termico. Purtroppo, nell’area di Melbourne sono stati segnalati soltanto tre mezzi pesanti attrezzati per la nebulizzazione automatica a fronte di ben diciotto grandi colonie da monitorare. Questa carenza di mezzi tecnici ha costretto i volontari a lavorare manualmente sotto il sole cocente, esponendo anche gli esseri umani a rischi significativi per la salute. In alcuni casi, le operazioni di salvataggio sono state interrotte bruscamente dallo scoppio di incendi boschivi, che hanno costretto all’evacuazione immediata delle aree interessate.

Un futuro incerto tra cambiamenti climatici e rischio estinzione

La dottoressa Lisa Palma di Wildlife Victoria e il professor Justin Welbergen della Western Sydney University concordano sul fatto che questi eventi di mortalità di massa stiano diventando sempre più frequenti e intensi. Quello del gennaio 2026 è già stato catalogato come l’evento più significativo dal biennio 2019-2020. Il legame tra questi episodi e il cambiamento climatico di origine antropica è evidente per la comunità scientifica. L’aumento delle emissioni di gas serra sta portando a estati sempre più lunghe e roventi, riducendo le finestre temporali in cui la fauna può recuperare tra un’ondata di calore e la successiva. Se non verranno adottate misure drastiche per il contenimento del riscaldamento globale e per la protezione degli habitat naturali, molte specie autoctone australiane potrebbero scivolare inesorabilmente verso l’estinzione, lasciando un vuoto incolmabile nel patrimonio naturale del pianeta.

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