
Si riaccende il dibattito sul cosiddetto blocco navale, espressione tornata al centro del confronto politico dopo le dichiarazioni del ministro dell’Interno Matteo Piantedosi durante la conferenza stampa sul nuovo decreto Sicurezza.
Il titolare del Viminale ha precisato che la misura non è stata inserita nel pacchetto approvato dal Consiglio dei ministri, ma che la sua valutazione è stata rinviata alla prossima settimana, all’interno di un più ampio intervento normativo sull’immigrazione. L’obiettivo, ha spiegato, è accompagnare l’entrata in vigore delle nuove regole europee previste entro giugno.
Piantedosi ha anche sottolineato che parlare di “blocco” è una semplificazione giornalistica. La norma allo studio prevederebbe la possibilità di interdire temporaneamente l’attraversamento delle acque territoriali italiane – per periodi tra 30 giorni e 6 mesi – in presenza di minacce terroristiche o di una pressione migratoria definita eccezionale.
In questi casi, e solo se esistessero accordi con Paesi terzi sicuri, si potrebbe ipotizzare il trasferimento delle persone soccorse in territori diversi da quello italiano, dove svolgere le procedure di asilo.
Il concetto di “blocco navale” è da tempo associato alla linea politica di Giorgia Meloni e di Fratelli d’Italia. Già negli anni scorsi la proposta veniva descritta come una missione europea, in collaborazione con le autorità nordafricane, finalizzata a fermare le partenze e a creare hotspot extraeuropei per l’esame delle domande di protezione internazionale.
Un’impostazione che compare anche nel programma elettorale del centrodestra del 2022, ma che diversi giuristi e osservatori ritengono complessa da attuare. Le criticità riguardano la compatibilità con il diritto internazionale, con le convenzioni sul soccorso in mare e con i principi costituzionali italiani in materia di tutela dei diritti fondamentali.
Il confronto resta quindi aperto, tra esigenze di controllo dei flussi e vincoli giuridici, in un contesto in cui la gestione dei movimenti migratori continua a rappresentare uno dei temi più divisivi dell’agenda politica nazionale ed europea.


