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“Sei un traditore della patria”, Calenda esplode in Tv contro Vannacci: perché il leader di Azione ha ragione

Pubblicato: 10/02/2026 12:07

Sono volate parole durissime nello studio de L’aria che tira. Il confronto tra Roberto Vannacci e Carlo Calenda è degenerato rapidamente in uno scontro frontale sul sostegno all’Ucraina e sul decreto che proroga l’invio di aiuti militari a Kiev. Il tono si è alzato, le accuse sono diventate personali e politiche insieme, fino all’affondo più pesante del leader di Azione contro il generale transfuga dalla Lega: “Traditore della patria”.

La rivendicazione di Vannacci: «I voti sono miei»

Il generale, da poco fuori dalla Lega, riguardo la sua posizione sul Dl Ucraina, che prevede la ratifica dei finanziamenti europei a Kiev, ha respinto le accuse di incoerenza e rivendicato la propria autonomia politica. Quasi lapalissiano, considerati gli eventi degli ultimi giorni, lo strappo con la Lega e il lancio di Futuro Nazionale. Vannacci ha affermato che il consenso raccolto alle europee non è merito del partito che lo ha candidato, ma frutto del suo profilo personale. L’ha fatto citando i numeri delle preferenze ottenute nella circoscrizione Nord-Ovest, per dimostrare che la sua forza elettorale prescinde dal simbolo.

Sul fronte internazionale, Vannacci si è difeso dalle etichette di “filo-russo” e ribadito una linea che definisce “pro Italia” e “pro Europa”, sostenendo che i costi economici del conflitto ricadano soprattutto sui cittadini europei. Ha rivendicato inoltre una destra identitaria, alternativa e “senza annacquamenti”, e respinge le critiche provenienti tanto dal centro quanto dall’ex area di appartenenza.

L’attacco di Calenda: «Patriota di Putin»

Il leader di Azione Carlo Calenda ha scelto invece la linea dell’attacco diretto. ha ricordato che l’Ucraina combatte per la propria sovranità e che l’Europa, sostenendola, difende anche i propri interessi strategici e la propria sicurezza. Poi l’affondo politico: un generale di uno Stato membro della Nato, sostiene Calenda, non può assumere posizioni che di fatto coincidono con quelle del Cremlino.

La polemica si è inasprita ulteriormente quando il senatore ha richiamato il concetto di “intelligenza con lo straniero” previsto dal codice penale, evocando implicitamente il tema della lealtà nazionale. Il punto di rottura è arrivato con l’accusa esplicita: “Lei è un patriota di Putin e come tale è un traditore della patria”.

Il nodo politico, perché Calenda ha ragione

Al di là dell’eccesso verbale, il punto politico sollevato da Calenda non è marginale e le ragioni del leader di Azione appaiono incontrovertibili. Il decreto che proroga l’invio di aiuti militari a Kiev rappresenta uno snodo cruciale per la collocazione internazionale dell’Italia, per la credibilità dell’esecutivo e infine – ma non certo meno importante – per la sicurezza dell’Europa tutta. Utilizzarlo come terreno di scontro personale, in un momento di ridefinizione degli equilibri interni al centrodestra, appare una mossa ad alto rischio e in quesro senso un “tradimento”.

La scelta di Vannacci di marcare la distanza – con ogni probabilità votando contro o astenendosi – appare infatti rispondere più a un’esigenza di posizionamento dopo la rottura con la Lega che a una novità sostanziale di linea politica. Le sue critiche al sostegno europeo all’Ucraina non sono nuove. Ma trasformarle ora in una bandiera identitaria rischia di apparire come un’operazione di visibilità, utile a consolidare un elettorato di protesta ma meno efficace nel medio periodo.

Un possibile boomerang per Vannacci

Il rischio per Vannacci è che la mossa si riveli un boomerang. Uscire dal perimetro della maggioranza su un dossier di politica estera così sensibile significa collocarsi, di fatto, su un asse parlamentare che comprende forze dichiaratamente contrarie al sostegno a Kiev. Un passaggio che potrebbe rendere strutturale una frattura politica già evidente.

Inoltre, le accuse di “tradimento” – pur nella loro durezza retorica – toccano un nervo scoperto. Vannacci ha servito lo Stato italiano per anni in uniforme, è stato formato e retribuito dalle istituzioni della Repubblica per difendere l’interesse nazionale all’interno dell’alleanza euro-atlantica. Quando oggi assume posizioni che si pongono in contrasto con quella collocazione strategica, è inevitabile che il confronto si sposti anche sul terreno della coerenza e della responsabilità.

Il decreto Ucraina, dunque, non è solo un voto tecnico. È un passaggio politico che definisce appartenenze e credibilità. E in questo senso l’avvertimento di Calenda coglie un punto: usare un dossier così delicato per misurare i rapporti di forza personali può portare dividendi immediati in termini di esposizione mediatica, ma rischia di indebolire nel tempo la posizione di chi lo fa. In politica estera, più che altrove, le ambiguità si pagano.

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