matteo renzi primo piano

La guerra di Matteo Renzi contro il governo Conte bis continua, dopo le burrascose dimissioni delle ministre Bellanova e Bonetti e di Ivan Scalfarotto. Il leader di Italia Viva si presenta nel pomeriggio a Mezz’ora in +, da Lucia Annunziata, e la sera fa la doppietta a Non è l’Arena da Massimo Giletti.

La crisi di governo si è trascinata in questi 2 giorni con una delle parti, quella governativa, blindata, mentre Renzi ha parlato ai quattro venti delle sue intenzioni, delle sue motivazioni, con accenni sotterranei e cambi di strategia. Se la tattica del senatore funzionerà o meno lo si vedrà martedì al Senato, quando si arriverà a una conta che sarà sicuramente sul filo.

Matteo Renzi gioca alla crisi in tv

I toni sono stati alzati da Matteo Renzi, il quale ha spiegato su Rai Tre e su La7 il come e perché della crisi di governo. Non si tratta di personalismi, assicura, una qualche battaglia dell’ego tra lui e Giuseppe Conte che, annunciando la rottura, aveva etichettato senza mezzi termini un “vulnus democratico“. Non una dichiarazione da nulla, dato che il presidente del Consiglio è stato poi accusato di aver tradito le regole democratiche.

A Mezz’ora in +, comunque, Renzi ribadisce di non avere nulla contro Conte di per sé, ma che non vuole essere “corresponsabile del più grande sperpero di risorse” causato dai ritardi e dalle mancanze del governo.

La crisi dunque sarebbe dovuta alle “porte sbattute“, nonostante la bozza del Recovery Plan sia stata cambiata proprio dopo le rimostranze di Italia Viva. E in che modo l’uscita dal governo può aiutare il partito di Renzi ad agevolare altri miglioramenti sugli investimenti per fronteggiare la crisi pandemica? Questa la domanda rimasta senza risposta, che porta molti osservatori a chiedersi cosa ci sia davvero dietro il “Papeete renziano“, come l’ha definito Massimo Giannini.

La questione del PD

Le dichiarazioni di Matteo Renzi prendono forma a seconda di come si muove l’avversario. Se nel pomeriggio il PD era quello che “fa spallucce“, la sera da Giletti diventa la sponda. Forse a spingere il senatore a descrivere i rapporti con il partito da cui si è scisso più rosei di quanto possano essere è il blocco totale nei suoi confronti da parte dei dirigenti dem. Da Orlando a Delrio, fino al mai sbilanciato Zingaretti, tutti hanno chiuso la porta in faccia al rottamatore. In primis, per tenere buoni gli alleati del Movimento 5 Stelle, sospettosi che da Via del Nazareno possano arrivare sgambetti a Conte.

Fidarsi ma non troppo, e qualche democratico che spinge per tenere in piedi un canale con Italia Viva potrebbe anche esserci, ma i vertici si mostrano compatti: se il governo continuerà ad esistere, sarà senza Renzi.

Suona strano che il PD accetti di mandare a casa Teresa Bellanova per aprire a Di Battista e Mastella“, dichiara il senatore di Rignano a Non è l’Arena, “C’è sicuramente qualcosa che non torna“. Addirittura arriva il retroscena, con l’insinuazione di aver mandato lui avanti per contrastare Conte: “Un importante ministro del Partito Democratico, a cui io voglio bene, un dirigente di primo piano, il giorno delle dimissioni mi ha detto: ‘Guarda Matteo, lo dico per te.

Vedo quello che ti stanno preparando contro, vedo l’ondata d’odio che parte. Riflettici bene prima di farlo’. Me l’ha detto perché mi vuole bene, con affetto. Perché voleva proteggermi“. Divide et impera, dunque, sia gli alleati di governo che il PD stesso, nelle cui fila c’è chi mal digerisce l’alleanza giallo-rossa. “Io ho avuto il coraggio che loro non hanno avuto“, conclude.

Il nodo dei servizi segreti

Renzi è tornato ad attaccare Conte su uno dei punti fondamentali del rapporto tra i due, la delega ai servizi segreti che il premier ha mantenuto.

Una richiesta, quella di nominare un responsabile, che da settimane il senatore fa al capo della maggiorana. E su cui in serata torna ad insistere: “Tutti i presidenti del Consiglio hanno affidato l’incarico di gestire i servizi segreti“, dichiara, “Conte pensa di bastare a se stesso. Credo sia un errore“. Renzi dichiara che “è l’ennesimo segno di un modello democratico che viene messo in discussione. Poi va a finire come con Trump in America“.

La questione dei servizi segreti è tutt’altro che secondaria in questa partita. Lo stesso Giannini su La Stampa ha scritto che alcuni “amici del capo dei servizi segreti Vecchione” si stanno spendendo per trovare i cosiddetti “responsabili”. Il retroscena è stato stroncato da Palazzo Chigi, che ritiene “destituite di ogni fondamento le gravissime insinuazioni” e, rincara, “appare particolarmente grave il riferimento a un presunto coinvolgimento in queste attività anche dei vertici dell’intelligence. Il presidente Conte, dopo aver consultato i vertici dell’Intelligence, smentisce qualsiasi loro coinvolgimento e contatto, anche solo indiretto, con membri del Parlamento“. Alla crisi si aggiunge quel pizzico di spy story, per non farci mancare nulla, addensata poi dall’immancabile sponda d’oltreoceano.

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L’America di Renzi: sogno o realtà?

Nel giallo tutto politico non può mancare la partecipazione degli Stati Uniti, altro tallone d’Achille che Renzi usa contro Conte. Il premier è stato accusato di essere stato troppo tiepido con Trump dopo l’attacco al Campidoglio, per via di una presunta amicizia con il quasi ex presidente. Il famoso “Giuseppi”, eppure, dovrebbe far capire abbastanza la considerazione di cui il premier gode da parte del tycoon.

Renzi d’altro canto millanta amicizie strettissime con la nuova squadra alla Casa Bianca, e con Obama in particolare. Insieme all’ex presidente democratico è stato anche recentemente accusato, in un capolavoro di complottismo ai limiti della realtà, di essere il vero artefice della vittoria di Biden. Addirittura, Allessandro Sallusti dichiara di essere convinto che anche la mossa di far cadere il governo a pochi giorni dall’insediamento americano non sia casuale. Renzi non nega di avere un rapporto con Biden, anzi, ci sarebbe stato un “momento cuore” raccontato da Giletti, in cui i due si sarebbero incontrati durante il Thanksgiving, che il presidente eletto avrebbe passato in Italia poco dopo la morte del figlio.

Chi si occupa di rapporti tra sponde dell’Atlantico, sa però che la storia è ben diversa. Gli italiani hanno sempre avuto una percezione non esattamente corrispondente alla realtà dell’alleato americano, riservandosi un posto speciale, con politici di tutti i tipi che rivendicano canali privilegiati con Washington, da una sponda e dall’altra. Gli Stati Uniti, in realtà, non sono così ossessionati dall’Italia come ci piace credere, a parte per quanto riguarda le vacanze. Il nostro Paese assume un ruolo nel momento in cui si allarga lo scacchiere, in chiave anti-cinese, ad esempio, dato che la vera partita l’America già da anni la gioca nel Pacifico.

Biden vuole riallacciare un rapporto con l’Europa, più di quanto abbia fatto il suo predecessore, e ridare un senso alla NATO, ma per contrastare l’influenza della Cina, e tenere coperto il fianco dalla Russia, probabilmente. Se l’Italia chiedesse di rivedere l’accordo sul nucleare con l’Iran, con cui il nostro Paese potrebbe avere un ottimo rapporto economico, si dubita che il legame di presunta fratellanza avrebbe qualche peso, Biden o no.

La crisi di idee

Questa crisi di governo si mostra per quello che è, tirando le somme, una ingarbugliata matassa di cui si stenta a trovare il filo. Ad essersi avvitato però, non è solo il governo ma l’intera politica italiana, persa in un gioco di specchi. Le pressioni sono molte, soprattutto dall’Europa, che ci guarda preoccupata. È vero che non siamo gli unici a subire instabilità politica (vedi le dimissione del premier olandese Rutte), ma l’Italia rappresenta un vulnus, questa volta sì, per vari fattori. L’incredibile debito pubblico, innanzitutto, arrivato al 160%.

Il Recovery Plan, di cui si stenta a vedere i contorni e su cui, ha avvertito anche il commissario Gentiloni, ci si gioca il futuro. Il nostro Paese da troppo tempo barcolla sull’orlo del precipizio e la crisi di governo ha distolto anche troppo l’attenzione dalla vera partitao. In mancanza di idee per portare a casa il risultato, i nostri politici preferiscono difendere le piccole rendite, dimostrando come sempre la mancanza di una visione di lungo periodo. E, spesso anche i contatti con la realtà, confusa con un feed di Twitter.

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