coronavirus un medico nel reparto di rianimazione

Il 20 febbraio di un anno fa, quando il paziente 1” è entrato nel Pronto Soccorso di Codogno, è una data che passerà alla storia. È il giorno in cui l’Italia ha scoperto che la misteriosa polmonite che imperversava in Cina era una diventata una minaccia anche per i suoi cittadini. Il coronavirus ha cambiato la vita di miliardi di persone in tutto il mondo e gettato il nostro Paese in un’emergenza sanitaria contro cui, a distanza di un anno, stiamo ancora combattendo.

Coronavirus, un anno fa il “paziente 1” a Codogno

È all’ospedale di Codogno che l’Italia ha incontrato per la prima volta il coronavirus, un anno fa, quando Mattia Maestri, 38 anni, è stato ricoverato e poche ore dopo, il 21 febbraio, è risultato positivo al virus Sars-Cov-2.

Il contagio è stato scoperto grazie all’intuizione di due dottoresse che hanno deciso di effettuare il tampone infrangendo i protocolli ospedalieri. Laura Ricevuti, che insieme alla collega Annalisa Malara, quel giorno medico di guardia in Terapia Intensiva, ha diagnosticato il primo caso.

La decisione arriva dopo che la moglie di Mattia Maestri ha raccontato che il marito era stato a cena con un collega rientrato dalla Cina, poi risultato negativo.

La prima vittima di coronavirus

Un incubo cominciato nel piccolo paese del lodigiano, che nel giro di una manciata di ore diventava il primo focolaio di coronavirus in Italia e il primo comune in isolamento.

Il coronavirus però era già dilagato: il 22 febbraio a Vo’ Euganeo, nel padovano, muore il primo paziente con diagnosi di coronavirus, Adriano Trevisan. Impossibile trovare il “paziente 0”, con i casi di Covid-19 che spuntano in Lombardia e Veneto, mentre in tutta fretta vengono applicati i protocolli di contenimento. Purtroppo troppo tardi.

La pandemia di coronavirus un anno dopo

Il coronavirus un anno dopo ha mietuto 95.235 vittime e contagiato 2.303.199 persone in Italia.

Alcune scene non potranno mai essere dimenticate, come le bare di Bergamo portate via con i mezzi militari, la disperazione di familiari delle vittime e pazienti.

La paura ha stravolto il nostro modo di vivere, con mascherine e igienizzanti entrati a far parte della vita quotidiana, al posto degli abbracci e dello stare insieme. Poi la conta quotidiana di contagi e morti, i numeri del coronavirus che per mesi abbiamo atteso ogni giorno con trepidazione e sgomento.

Oggi la battaglia è tutt’altro che finita, e mentre la speranza si riaccende con i vaccini, confezionati in tempi record grazie a un collettivo sforzo internazionale, il coronavirus muta e resiste.

Speranza: “Siamo ancora dentro questa sfida”

Per la prima Giornata nazionale delle professioni socio sanitarie, il ministro Roberto Speranza ringrazia gli operatori per “il lavoro straordinario che avete fatto in questi mesi così difficili“. Sono proprio loro, medici e infermieri, e tutto il personale degli ospedali, ad aver pagato un prezzo altissimo in questa lotta.

Il ministro della Sanità rinnova l’impegno a “investire con sempre maggior forza sul nostro Servizio Sanitario nazionale“.

Io penso che ogni cittadino del nostro Paese, in questi mesi così difficili, abbia capito fino in fondo quanto sia davvero essenziale avere donne e uomini che ogni giorno si fanno carico di difendere la salute delle persone“, continua Speranza.

La salute come diritto costituzionale

Il ministro dichiara che la salute “È il diritto più alto che c’è, il senso più alto della nostra Costituzione” e per questo, rivolgendosi al personale ospedaliero, “voglio dirvi grazie. Sono stati mesi, settimane, senza precedenti e siamo ancora dentro questa sfida, come sanno bene gli operatori sanitari“.

La battaglia non è finita, con le varianti del coronavirus che sono una “nuova insidia molto importante“. Per questo “Dobbiamo essere uniti, continuare ad investire con tutte le energie che abbiamo per difendere questo che è davvero il nostro patrimonio più prezioso“, dichiara il ministro.

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