Giuseppe Conte e Paolo Borzacchiello

La Polizia del Pensiero, quindi, esiste. Ne parlava Orwell, ne parlo spesso e, ahimé, mi trovo a dover rilevare che oggi è sempre più complicato esprimere liberamente il proprio pensiero, a meno di non esserne disposti a pagare il prezzo. Chiariamoci, io mi occupo di parole. Di intelligenza linguistica, ovvero degli effetti che le parole hanno sul cervello e sul comportamento umano. Tutto qui. Che poi ci siano persone che vogliano etichettarmi come scrittore di destra o di sinistra, è affar loro: ognuno vede quel che gli fa comodo, tralascia quel che non gli fa comodo e si costruisce una realtà a proprio uso e consumo.

Il cervello funziona così. 

Posso parlare di Giuseppe Conte?

I fatti. Nel mio ultimo editoriale, prendo posizione (linguistica) contro il discorso di Giuseppe Conte scritto su Facebook, sostenendo che si tratta di un discorso semanticamente molto complesso, con implicature di un certo rilievo, che magari a lui sono sfuggite ma che sono molto interessanti in quanto dichiarano un retropensiero che val la pena fare emergere.

Io questo (anche) faccio di mestiere: spiego che se su un prodotto compare la scritta “contiene la tal sostanza”, la parola “contiene” ci porta a pensare che la sostanza presente nel prodotto stesso sia buona, utile, sana, necessaria e così via, anche se non è necessariamente vero.

Si chiama “implicatura”, e non è né di destra né di sinistra.

Se scrivo che la frase di Conte che dice di voler fare una “proposta fortemente innovatrice” è una implicatura e sottende che servono grandi novità e questo a sua volta sottende che la situazione attuale non va bene e che questo a sua volta è una critica a chi questa situazione l’ha creata, ovvero i suoi compagni di partito, questa mia considerazione non è di destra o di sinistra: è un dato che può essere evinto studiando un libro qualsiasi di linguistica cognitiva.

Ebbene, dopo questo articolo ho ricevuto l’immancabile sequela di messaggi in Instagram, su LinkedIn, su Facebook dal tono più o meno uguale: tu non dovresti occuparti di questo (cit.), tu dovresti essere super partes (cit.), io allora smetto di seguirti (cit.). Ah.

Posso parlare di Giorgia Meloni? E di Salvini?

Un paio di settimane fa ho scritto un articolo al vetriolo sulle frasi di Giorgia Meloni a proposito del tema famiglia, evidenziando come ella utilizzi un termine così nobile in modo del tutto arbitrario e distorto, piegandolo alle logiche della sua ideologia politica.

Anche in questo caso, questo commento non è di destra o di sinistra: è semantica, ovvero lo studio del significato delle parole. Punto. Se scrivo che Salvini usa metafore molto particolari per aumentare la nostra paura degli immigrati (ad esempio) e produrre in noi stress e cortisolo, questo non implica né che io sia un fan di Salvini né che non lo sia: implica solo che io conosca il potere delle metafore e che abbia studiato un paio di libri di linguistica cognitiva, nei quali si evidenzia, grazie ai risultati di numerose ricerche scientifiche, che alcune metafore hanno il potere di condizionare i nostri pensieri e comportamenti.

Punto. Questo faccio io di mestiere. Che poi io abbia uno stile tagliente, che sia sarcastico e pungente, assolutamente vero: il mondo è già abbastanza noioso di suo per non usare un po’ di sarcasmo. Ma questo è quanto.

Le parole non hanno etichetta

Le parole non hanno etichetta, non stanno a destra o sinistra, in alto o in basso. Le parole svelano mondi e quello che io faccio, su queste pagine, è spiegarvi come funzionano, al meglio del mio intelletto e delle mie capacità narrative.

Con tutto l’amore del mondo: se smetti di seguirmi perché ti sto antipatico, perché pensi che io scriva male, perché pensi che la mia analisi sulla semantica sia sbagliata, è cosa buona e giusta.

Se smetti di seguirmi perché non riesci a capire che scrivere di un discorso di Conte non significa scrivere di Conte, allora prima di smettere di seguirmi dovresti leggerti (o rileggerti) almeno un paio di saggi di Lakoff e di certo almeno un lavoro di Grice. 

Io sfido chiunque, chiunque, a dirmi che cosa ha detto esattamente Conte nel suo messaggio. Sfido CHIUNQUE. Soprattutto quelli che si lamentano della Casta, che non leggono libri di linguistica e che poi sono contenti di ascoltare parole belle (Conte parla molto bene, di solito, anche se non dice nulla) da un uomo ben vestito e con un gran sorriso. E dio non voglia che chi mi dice di tacere non sia magari un lettore di Michela Murgia, che poi mi tocca a dire che “stai zitto!” viene detto pure a un maschio bianco molto alfa, benestante, biondo e occhi azzurri, di incredibile fascino, straordinariamente modesto. 

Io vado avanti a scrivere

Detto questo, cari miei lettori che volete che io smetta di scrivere a proposito di discorsi politici sennò smettete di seguirmi, potete accomodarvi. Io continuerò a scrivere.

Finché Salvini userà metafore pericolose per incentivarci all’odio etnico, io ne parlerò, cazzo.

Finché Di Maio sbaglierà i congiuntivi e parlerà in un italiano ridicolo, io ne parlerò, cazzo. 

Finché Meloni distorcerà il significato dei termini, io ne parlerò, cazzo. 

Finché Conte parlerà di niente o userà implicature orribili (“il governo non trama nell’ombra”), io ne parlerò, cazzo. 

Finché Toninelli scriverà di Tunnel che non esistono, io ne parlerò. Cazzo. 

E questo continuo uso del termine “pene” in versione diastraticamente bassa a fine frase è una epistrofe, Non ho resistito. Non riesco a scrivere male nemmeno volendo.