Paolo Borzacchiello La Parola Magica

Avviso per i Salvini-fobici: come sempre, quando parlo delle strategie di comunicazione o linguistiche di un personaggio politico, lo faccio per svelarne i misteri o per utilizzare i suoi punti di forza e i suoi errori ai fini didattici.

Se scrivo che la comunicazione delle “sardine” è pessima, mi riferisco alla comunicazione, lungi da me entrare nel merito dei contenuti politici di questo o quel movimento.

Se scrivo, come sto per fare, che Salvini (e chi per lui) è davvero bravo a comunicare, intendo solo e soltanto quel che scrivo.

Può non piacervi Salvini e potete trovare la sua comunicazione assolutamente barbara: evidentemente, non è scritta per voi.
Perché, e così entriamo nel vivo del discorso, nessuna comunicazione è buona o cattiva in sé: dipende sempre da quali sono le sue funzioni e chi ne sono i destinatari.  

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Salvini il semplice

Considerate queste tre frasi.
La prima: nella misura in cui il vostro apparato auditivo inizia a percepire il suono di quella che probabilmente è una parola, procede con la scomposizione della stessa in morfemi fino alla attribuzione di un pieno significato.

Dopo tale attribuzione, subentrano specifiche dinamiche che coinvolgono le circonvoluzioni cerebrali e talune aree di Broadman, fra cui l’area di Broca e l’area di Wernicke, le quali inondano il tronco encefalico, cervelletto e amigdala, di stimolazioni nervose che a loro volta sollecitano il sistema endocrino e immunitario.

La seconda (se siete sopravvissuti alla prima): quando ascoltate una parola, ci vuole un secondo per capirne il senso e poi, quando avete capito il senso, il vostro corpo reagisce e produce alcuni ormoni, in base alle parole che avete sentito.

La terza: le parole ti fanno stare male o bene.

Avete appena passeggiato sull’asse diastratico della comunicazione, ovvero un asse immaginario che si riferisce allo “strato” di popolazione alla quale parlate.

Per quanto riguarda la prima frase, siamo in cima a questo asse: linguaggio tecnico, adatto per chi mastica di neurofisiologia e psicolinguistica.

Per quanto riguarda la seconda frase, siamo scesi un po’ e la frase diventa comprensibile a molte più persone.

Con la terza frase, infine, abbiamo raggiunto l’apice verso il basso con un linguaggio semplice, magari nemmeno troppo attento alla grammatica, ma comprensibile a questo punto da chiunque.

Chi gode nell’ascoltare la prima frase capirà la terza ma non la sentirà sua, e viceversa.

Ed eccoci a Salvini, che su questo asse ha scelto di posizionarsi nella parte medio bassa e basta scorrere il suo twitter (io scorro i tweet di tutti i politici, persino quelli di Di Maio, con la segreta speranza di imbattermi, almeno una volta, in un congiuntivo utilizzato in modo corretto) per rendersi conto che la sua scelta comunicativa è perfetta per il pubblico a cui si rivolge e che quindi il fatto che eventualmente a voi la sua comunicazione non piaccia non implica che sia di cattiva qualità.

Potrebbe, semplicemente, essere poco adatta alle vostre orecchie.

Tornando a noi: la prossima volta che decidete di parlare con qualcuno, faccia a faccia o attraverso una email, chiedetevi se voi e il vostro interlocutore siete allo stesso livello su questo asse ed eventualmente alzatevi o abbassatevi, altrimenti rischiate di parlare al vuoto. 

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Salvini il buono

Uno dei fenomeni linguisticamente più affascinanti della comunicazione di Salvini è che viene accusato quotidianamente di essere un fomentatore di odio e un istigatore alla violenza da parte di chi non ne tollera le idee e, per questo, diventa intollerante e aggressivo (non si contano gli attacchi personali anche fisici al personaggio politico e le valanghe di insulti che riceve da persone che predicano pace, accettazione, linguaggio pulito).

Lasciate per un attimo da parte le vostre preferenze e immaginate di essere un alieno e di arrivare su questo pianeta per farvi un’idea delle persone che lo abitano. Immaginate di finire sul profilo twitter di Salvini e di scorrere i suoi post, come ho fatto io.


Ne cito alcuni, presi a caso. Si comincia con lui che, con un bel sorriso e pollice alzato, dice “sending love from Italy”. Poi abbiamo un “Che gioia! Arianna può riabbracciare la mamma, felice di aver dato un contributo”. Proseguiamo con un terzetto di perle: “l’incanto della montagna, buon giorno amici”, “esercizio di calma, colloquio dell’anima” e “un saluto affettuoso a tutti voi amici” e via discorrendo, con alcune parentesi dedicate al cibo buono e gustoso che lui vuole condividere con noi e con altre parentesi dedicate agli “amici pelosi” (cit.) ai quali dedica spesso post.

Se voi foste quell’alieno, che cosa pensereste leggendo questi post e poi leggendo quelli di chi gli urla contro e gli augura ogni male? Curioso che venga accusato di essere un fomentatore di odio, visto che scrive praticamente solo di natura, amicizia e amore.

In tutto questo tripudio di miele e ossitocina, troviamo ogni tanto post di sdegno sull’operato di altri politici, che (dice) vogliono rovinare l’Italia e non sono capaci di aiutare gli italiani.

Piaccia o meno questo stile (sono gusti), il risultato è quello di favorire un fortissimo tasso di empatia con i suoi elettori: Salvini, infatti, è uno dei pochi politici italiani che non solo ha elettori, ma anche molti seguaci (un po’ come succedeva a Berlusconi) e come invece raramente succede con esponenti politici di sinistra.

Si tratta di un dato interessante, soprattutto perché ci offre l’occasione – linguistica – per capire come fare per creare empatia con chi ci ascolta e ispirare proseliti.

Una cosa, infatti, è avere dalla propria parte un elettore che ci offre il suo voto e un’altra cosa è avere dalla nostra parte un fan o un seguace. Il primo, potrebbe cambiare idea al mutare di alcune condizioni.

Il secondo no e, anzi, sarebbe disposto a buttarsi nel fuoco per difendere l’ideologia promossa dal suo leader.

Sperare di contrastare questo fenomeno di adesione totalmente di pancia con numeri e argomentazioni razionali è decisamente inutile. Salvini fa spesso leva sulla neotenia, ovvero il fenomeno per cui l’essere umano è istintivamente proiettato a proteggere i cuccioli (ne va della sopravvivenza della specie) e usa spessissimo parole morbide e dolci (parole “maluma”) come amici, affetto, abbraccio.

Queste parole sono perfette per la stimolazione dell’empatia e, di nuovo, sono perfette per il tipo di reazione emotiva che intende suscitare.

Volete usare la ragione per argomentare con lui? Non si può.

La prima impressione

È un po’ come succede per Trump: se io vi chiedessi di dirmi qual è, fra Obama e Trump, il Presidente americano più guerrafondaio, probabilmente direste Trump. E sbagliereste, visto che sotto la presidenza Obama si sono portate avanti e condotte ben 7 guerre e che nel solo 2016 Obama ha sganciato la bellezza di 27.000 bombe, una ogni tre ore circa (deve avere anche vinto un Nobel per la Pace, per questo).
La questione è che Trump urla insulti e quindi il guerrafondaio sembra lui.

La prima impressione, insomma, conta parecchio. E che cosa possiamo imparare noi, appassionati di parole, da questi esempi? Tre cose, almeno. 

La prima è che se vogliamo imparare qualcosa, dobbiamo guardare a chiunque comunichi in modo efficace, anche (e forse soprattutto) se non la pensa come noi: se ottiene risultati, va comunque studiato. 

La seconda è che possiamo ottenere risultati anche senza usare linguaggio violento o pieno di odio, anzi: possiamo letteralmente far andare fuori di testa i nostri avversari senza insultarli o attaccarli semplicemente anche continuando a sorridere e facendosi selfie mentre mangiamo un piatto di melanzane alla parmigiana.

 

La terza è che la pancia ispira le persone molto più del cervello: la prossima volta che volete convincere il vostro team, i vostri clienti o anche vostro figlio, rammentate che i discorsi seriosi e farciti di dati e di argomentazioni razionali (modello PD) ben poco possono verso le storie totalmente irrazionali ma assolutamente emotive (modello Salvini) e verso la capacità di raccontare storie terribili, mettendo i fatti in prospettive assolutamente destabilizzanti e utilizzando il linguaggio metaforico in modo sapiente.

Tre temi davvero affascinanti (storytelling, framing e metafore incarnate) dei quali parleremo in modo approfondito e molto presto.

Non tanto perché io tenga in modo particolare a farvi votare un politico o un altro (voterei Odifreddi, se si candidasse. E lo voterei proprio perché non si candiderebbe mai), quanto perché dal mio punto di vista la scelta è libera solo se si hanno strumenti cognitivi per capire che tipo di scelta ci viene posta. E perché, come sempre, la conoscenza rende liberi

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