Lilith e Eva

Sanremo è la vittoria del gender fluid: la battaglia sull’identità di genere si combatte anche in tv

A Sanremo 2022 abbiamo visto più forte che mai una presa di posizione sull'identità di genere, grazie ad artisti e artiste rappresentativi di un'espressione di genere fluido.
michele bravi a sanremo

Questo Sanremo 2022 è stato innovativo sotto molti punti di vista, un merito che sicuramente può attribuirsi ad Amadeus e alla squadra con cui ha costruito il Festival. In un ambiente televisivo pervaso dalla discrepanza del racconto dal reale, il cambiamento che si osserva in ambiti noti, ma comunque limitati, dell’intrattenimento ha finalmente saltato il muro della televisione generalista. La rappresentazione variegata dei tipi di gender che abbiamo visto in diverse serie tv, diventate cult, non ha trovato altrettanta “liberalizzazione” nei canali più classici dei media. Telegiornali e programmi televisivi di ogni tipo falliscono nel fare una corretta narrazione del cambiamento sociale in atto, che vede i vecchi ruoli di genere sfidati da una libertà d’identità di genere, a prescindere dai canoni finora imposti.

Il gender in televisione: una questione di nicchie

Per quanto viviamo in un’epoca in cui si tende a sottovalutare la presa che la vecchia televisione ha ancora sul pubblico, la realtà è ben diversa. La tv rimane il principale canale di informazione per i cittadini, nonostante l’agguerrita concorrenza di Internet. Qui entra in gioco anche un fattore anagrafico, dato che i maggiori fruitori del mezzo televisivo rimangono gli anziani, che diventano la fascia di riferimento principale per la creazione di programmi e il taglio che viene dato ai temi di attualità.

Difficile quindi che la televisione oggi riesca a raccontare anche i cambiamenti sociali che stanno avvenendo nel nostro Paese, come la maggior consapevolezza intorno all’identità di genere, una realtà narrata per lo più in ambiti fruiti da chi è attivamente interessato al tema.

Le serie tv che affrontano i temi della sessualità e che mettono in discussione i ruoli di genere sono fiorite negli ultimi anni, presentando anche le difficoltà che questi modi di vivere incontrano quando si confrontano con la rappresentazione che viene data di loro (paradigmatica l’intervista nel notiziario locale di Sex Education).

Come sottolinea il Diversity Media Report 2020 dell’Osservatorio di Pavia, che analizza il trattamento dei temi della diversità all’interno dell’informazione, il quadro è sconfortante: le questioni LGBT+ sono le meno presenti sui notiziari, e quasi sempre compaiono in relazione alla criminalità o per avvenimenti sociali, con i generi rappresentati comunque in maniera netta, ad esempio non si parla mai di transgender.

I temi legati al gender sono ulteriormente diminuiti durante la pandemia, che ha visto l’attenzione mass mediatica concentrata sulle problematiche legate al Covid-19, da quelle relative alla salute alle ricadute economiche.

Cosa abbiamo visto al Festival di Sanremo 2022: un mondo che cambia

Sanremo in questo caso è stato un esempio di un cambiamento nell’approccio: le diverse alterità dell’individuo non sono state relegate sullo sfondo, o non sono diventate una macchietta o una rappresentazione obbligata, ma sono state parte del tema principale: la competizione musicale.

Ovviamente alcune cose sono rimaste decisamente uguali a quell’immaginario romantico-nostalgico che sempre avvolge la kermesse sanremese, con una persistente conservazione dei ruoli di genere, basti pensare alle vallette per una serata che oggi sono co-conduttrici.

Eppure sul palco è arrivata anche un’altra Italia quest’anno, quella che vive la fluidità del gender come un dato di fatto. Anche se coloro che sono natə dopo il 1995 vogliono intestarsi in toto i tratti anticonformisti e l’energia educatamente ribelle che ha calcato il palco dell’Ariston, in quanto rappresentante della generazione Y devo qui fare una puntualizzazione a difesa dell’avanzamento culturale di cui abbiamo dato prova, i cui brillanti esempi proprio a Sanremo sono stati Mahmood, nato nel 1992, ad Achille Lauro, splendido 31enne.

Il tratto che accomuna viene espresso proprio da ciò che questi artisti ci hanno fatto vedere di innovativo eppure ormai comune: la rilettura degli schemi sull’identità, la ricerca di se stessi attraverso la sperimentazione, in ambito musicale e personale, la voglia di disinibire facendo propri gli stereotipi e smontandoli.

Le freak c’est chic

Se Achille Lauro ha aperto la strada all’arte “queer” in prima serata, le sue esibizioni non sono sempre così amate perché sono anticonformiste. In realtà il messaggio di Achille Lauro non è più motivo di scandalo proprio perché viene resa abituale la presenza del gender fluid, o per meglio dire la miglior consapevolezza sul fatto che la sessualità non contempla limiti o confinamenti. Il linguaggio delle nuove generazioni e dell’identità di genere, attraverso abbigliamento, cantanti scelti dalla direzione artistica, e performance, è stato di uso comune al Festival di Sanremo 2022.

Chi sono le icone del gender fluid

L’interpretazione che ho trovato paradigmatica per tracciare una linea tra quello che era e ciò che è oggi, è stata Io vorrei… Non vorrei… Ma se vuoi, canzone scritta e interpretata da Lucio Battisti e Mogol nel 1972, cantata da Michele Bravi durante la serata delle cover. L’artista è arrivato sul palco con un completo di Fausto Puglisi, nuovo direttore creativo della Maison Roberto Cavalli. Lo stilista messinese ha dichiarato che il suo intento è svecchiare il marchio con la sua visione, in cui l’approccio della moda ai generi va ripensato. “Viviamo in un mondo in cui la percezione delle donne e degli uomini è cambiata. Prendiamo l’esempio del ‘playboy Cavalli’; è un luogo comune che oggi non vale più. Per me, la giovane generazione si caratterizza per la sua fluidità. Penso che dobbiamo reinventare Cavalli senza alcun confine, un marchio fluido e interattivo tra uomo e donna“, ha dichiarato in un’intervista a FashionNetwork.

Michele Bravi si è esibito in una reinterpretazione del brano molto intima e personale, non risparmiando niente al pubblico della sua identità. Il cantante si è confrontato con un’icona della musica italiana lontana anni luce dal suo vissuto, ma ha caratterizzato fortemente e personalmente la sua esibizione, che si è basata su un’identità forte anche grazie alla riflessione sul gender. “Non vorrei usare etichette, appartengono alle vecchie generazioni e discendono da un modo di ragionare che considero superato e anche un po’ discriminatorio. Preferisco parlare di relazioni fluide“, ha dichiarato Michele Bravi in un’intervista a Vanity Fair del 2017.

Simile il percorso fatto da Tananai e Rosa Chemical per la serata dei duetti, in cui hanno reinterpretato A far l’amore comincia tu di Raffaella Carrà.

Rosa Chemical è da tempo un’icona queer: rapper ed ex modello di Gucci, è salito sul palco insieme a Tananai per presentare una mascolinità che non rinnega la sua parte femminile, ma anzi l’abbraccia per creare una commistione dei due generi che riunendosi azzera il conflitto latente in ognuno di noi. “Penso che questi grandi cambiamenti siano ancora una minoranza, però diciamo che io ne parlo già come se fossero avvenuti perché qualcosa si muove“, ha dichiarato Rosa Chemical in un’intervista a Esse Magazine, “Vedo tanti ragazzi come me che si vestono in maniera diversa, lasciano anche più spazio alla loro femminilità. Parliamo proprio di una generazione più libera da questi preconcetti che ci sono imposti. Gente che non si vergogna più della propria omosessualità oppure del feticismo, un qualcosa su cui io ho martellato tanto perché vorrei proprio sdoganare questa cosa“.

L’espressione del gender fluid sul palco di Sanremo

L’uso del look sul palco dell’Ariston per manifestare la presenza del gender fluid è stata frequente per coloro che erano in gara a Sanremo. Tra questə c’è Hu di Highsnob e Hu, aka Federica Ferracuti, che deve il suo nome d’arte a una divinità egizia chiamata Hu, “una divinità non personificata, quindi gender fluid“, ha raccontato in un’intervista a Cromosomi, “Mi piaceva moltissimo che non avesse un’associazione legata al sesso, che fosse libera. Tutto questo è coinciso con il periodo in cui mi sono rasata a zero i capelli, e ti parlo di tanti anni fa. Ad oggi mi sembra un nome più che attuale, per combattere gli stereotipi e tutta la situazione che stiamo vivendo legata alle leggi e all’omofobia. Sono quindi molto felice che questa cosa sia successa diverso tempo fa“.

Questi sono gli effetti di un lavoro iniziato in realtà già l’anno scorso, sempre ad opera di un insospettabile Amadeus. Una vittoria del gender fluid certificata anche dal trionfo dei Maneskin, che non lesinano costumi e gesti fatti apposta per sfidare gli stereotipi di genere. L’arrivo dell’identità di genere a Sanremo diventa protagonista trasportata sulle ali di giovanə artistə decisə e stratificatə. Lo stato di sovraesposizione costante creato dai social ha probabilmente contribuito a questa evoluzione, e abbiamo visto la prepotente influenza del media anche sulla stessa kermesse. Il cambiamento sociale sta comunque avvenendo ed è risultato piacevole ritrovarlo anche in quel magico momento sospeso del Paese che è il Festival di Sanremo, ma per una televisione che sia davvero il racconto di tutti, la strada è ancora lunga. Stesso discorso per altri ben noti luoghi, dove si decide di diritti con una dialettica che era vecchia già ieri. La speranza è che se si è lanciato nel contingente Sanremo, possono farcela anche i politici.

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