
La protesta della società civile iraniana entra nella sua terza settimana e il bilancio continua ad aggravarsi. Secondo le organizzazioni non governative, i morti sarebbero almeno 544, mentre migliaia di manifestanti sarebbero stati arrestati nel corso della repressione. Un’ondata di violenza che sta isolando ulteriormente Iran sul piano internazionale e che rischia ora di trasformarsi in una crisi geopolitica di primo piano.
Da Teheran è arrivato un avvertimento netto: se Washington dovesse colpire l’Iran, come ipotizzato dal presidente Donald Trump, Stati Uniti e Israele diventerebbero “obiettivi legittimi”. Una minaccia che alza ulteriormente il livello dello scontro, mentre la repressione interna procede senza segnali di allentamento.
Trump, parlando con i giornalisti a bordo dell’Air Force One, ha però lasciato aperto uno spiraglio diplomatico. «I leader iraniani vogliono negoziare», ha affermato, spiegando che sarebbero in corso contatti preliminari per organizzare un incontro. Allo stesso tempo, il presidente Usa ha ribadito che l’amministrazione sta valutando «opzioni molto forti», senza escludere del tutto l’ipotesi militare, qualora la repressione dovesse continuare o intensificarsi.
Secondo quanto riferito dalla CNN, alla Casa Bianca sarebbero stati presentati diversi piani di intervento in risposta alla crisi iraniana, ma senza ricorrere ad attacchi militari diretti. Le opzioni allo studio rientrerebbero nella promessa di Trump di sostenere le proteste anti-governative, mantenendo però una pressione strategica sul regime.
Il presidente Usa ha anche chiarito quale sia la sua “linea rossa”: l’uccisione sistematica dei manifestanti. «Sembra che stiano iniziando a farlo», ha dichiarato, aggiungendo che l’esercito americano sta esaminando la situazione e che una decisione potrebbe arrivare in tempi rapidi, «anche prima» di un eventuale negoziato.
Durissima, infine, la reazione della guida suprema iraniana, Ali Khamenei, che su X ha attaccato frontalmente il presidente americano. In un messaggio dai toni fortemente simbolici, Khamenei ha paragonato Trump ai despoti della storia, scrivendo che «gli arroganti vengono rovesciati proprio quando sono all’apice della loro superbia» e che anche lui «farà la stessa fine».
Mentre le strade iraniane continuano a essere teatro di sangue e arresti, la crisi si muove ormai su due piani paralleli: quello interno, segnato dalla repressione, e quello internazionale, dove diplomazia e minacce militari si intrecciano in un equilibrio sempre più fragile.


