
In una stanza sovraffollata dove l’aria sembra pesare come piombo, il rumore costante del respiro di decine di uomini si mescola al suono sordo di mani che grattano via lembi di pelle. Tra quelle mura, il tempo ha smesso di scorrere secondo il ritmo del sole, scandito soltanto dal bruciore delle piaghe che si aprono sui corpi e da un senso di abbandono che toglie ogni residuo di speranza. Un uomo di trentasei anni si guarda le braccia martoriate da lesioni profonde, sentendo che la propria dignità si sta sgretolando insieme alla sua epidermide, mentre intorno a lui la disperazione spinge alcuni a gesti estremi pur di sfuggire a un’agonia che pare non avere fine. Non è una zona di guerra, ma un limbo burocratico trasformato in un inferno sanitario, dove il grido di aiuto di chi è rinchiuso sembra perdersi nel silenzio dell’indifferenza istituzionale.
La testimonianza di Artan dal centro di Bari
Le parole raccolte da Fanpage.it restituiscono un quadro agghiacciante di quanto starebbe accadendo all’interno del Cpr di Bari. Artan, un uomo di origini straniere trattenuto nella struttura, ha deciso di rompere il muro del silenzio per denunciare condizioni che definisce senza mezzi termini disumane. Secondo il suo racconto, gli ospiti del centro sarebbero costretti a vivere in una situazione di estremo degrado, paragonabile a quella di una stalla dove gli esseri umani vengono trattati alla stregua di animali. Le immagini evocate dal trentaseienne sono forti e descrivono una quotidianità fatta di spazzatura accumulata, infestazioni di insetti e servizi igienici in condizioni totalmente fatiscenti, con la presenza costante di sporcizia e feci. Questa cornice di incuria totale farebbe da sfondo a una emergenza sanitaria ancora più preoccupante, legata a una patologia cutanea che si starebbe diffondendo rapidamente tra i trattenuti.
Il cuore della denuncia riguarda una presunta epidemia di scabbia che starebbe tormentando decine di persone all’interno della struttura barese. Artan descrive sintomi inequivocabili e strazianti, parlando di una malattia che mangia la pelle e lascia il corpo pieno di buchi, al punto da sentire i tessuti staccarsi letteralmente dalle ossa. Sebbene non vi sia ancora una conferma ufficiale da parte delle autorità sanitarie competenti, un referto medico visionato dalla testata giornalistica sembra avvalorare i timori del trattenuto. Nel documento si fa esplicito riferimento a un prurito diffuso che persiste da diversi giorni e alla presenza di numerose lesioni cutanee. La mancanza di interventi tempestivi e di cure adeguate starebbe trasformando il centro in un focolaio fuori controllo, dove la promiscuità e la scarsa igiene accelerano inevitabilmente il contagio, lasciando gli ospiti in uno stato di sofferenza fisica costante.
Oltre all’emergenza sanitaria legata alla scabbia, Artan ha sollevato dubbi pesantissimi sulla gestione medica e farmacologica all’interno del centro di permanenza. Secondo la sua versione dei fatti, ai trattenuti verrebbero somministrati medicinali in modo forzato, a volte nascosti persino nel cibo, con il presunto obiettivo di mantenere la calma tra la popolazione del centro e sedare eventuali rivolte o segni di insofferenza. Questa pratica, se confermata, rappresenterebbe una violazione gravissima dei diritti fondamentali e della libertà individuale, trasformando l’assistenza sanitaria in uno strumento di controllo e repressione. La sensazione di essere drogati per non reagire al degrado circostante aumenta il senso di alienazione di chi, come Artan, si ritrova intrappolato in un sistema che sembra ignorare sistematicamente la soglia minima di dignità umana.
La battaglia legale e la richiesta di asilo
La vicenda umana di Artan è strettamente legata a un percorso burocratico tortuoso e pieno di ostacoli che ha avuto inizio a febbraio con un ordine di espulsione emesso dal Prefetto di Bologna. Nonostante l’uomo avesse manifestato fin da subito la volontà di richiedere la protezione internazionale, denunciando di essere in fuga dal proprio paese a causa di minacce di morte legate a debiti e vendette private, la sua domanda non sarebbe stata registrata immediatamente. Solo dopo diversi passaggi davanti al giudice di pace e interventi del suo legale, l’avvocato Stefano Afrune, la richiesta è stata formalizzata, per poi essere però respinta dalla Commissione Territoriale che ha giudicato il racconto poco credibile e tardivo. Attualmente è in corso un ricorso per contestare tale decisione e chiedere la sospensione del rimpatrio, ma nel frattempo il trentaseienne resta confinato nel Cpr di Bari, dove la sua salute psicofisica sta peggiorando drasticamente giorno dopo giorno.
La disperazione e il rischio di suicidi
L’aspetto più drammatico dell’intera vicenda riguarda l’impatto psicologico che tali condizioni stanno avendo sulle persone trattenute, portandole a livelli di disperazione estrema. Artan riferisce di tentativi di suicidio quasi quotidiani all’interno del centro, citando episodi di uomini che arrivano a mangiare pezzi di vetro o minacciano di darsi fuoco pur di porre fine alla propria sofferenza. La prospettiva di rimanere rinchiusi in un luogo percepito come una prigione insalubre, senza cure mediche e senza certezze sul proprio futuro, spinge molti a ritenere la morte un’alternativa preferibile alla vita nel Cpr. Questa denuncia accende nuovamente i riflettori sulla gestione dei centri di permanenza per i rimpatri in Italia, luoghi che troppo spesso finiscono al centro delle cronache per violazioni dei diritti umani e carenze strutturali che sembrano incompatibili con i valori di uno Stato di diritto.


