
La visita di Matteo Salvini al padiglione russo della Biennale di Venezia non può essere liquidata come una normale tappa culturale, una passeggiata tra opere d’arte, un gesto di curiosità istituzionale o una difesa astratta della libertà artistica. In un tempo normale, forse, sarebbe perfino ragionevole sostenere che la cultura russa non debba essere confusa con il Cremlino e che nessuna grande tradizione artistica possa essere cancellata per decreto. Ma questo non è un tempo normale. La Russia è il Paese che ha invaso l’Ucraina, che continua a usare la guerra come strumento di potenza e che cerca in ogni spazio internazionale una forma di legittimazione. Per questo la presenza di un leader di governo italiano nel padiglione russo non è mai soltanto una visita. È una fotografia politica. Ed è precisamente la fotografia che Putin aspettava.

Giuli ha ragione, alla Biennale ha vinto Putin
In questo senso ha ragione Alessandro Giuli quando dice che alla Biennale ha vinto Putin. Ha ragione perché il punto non è boicottare Dostoevskij, cancellare Čajkovskij o trasformare ogni artista russo in un emissario del regime. Questa sarebbe una caricatura del problema. Il punto è molto più serio. Un conto è difendere gli artisti russi liberi, dissidenti, esiliati, perseguitati o comunque lontani dalla propaganda del potere. Un altro conto è permettere che il padiglione russo, nella cornice più visibile dell’arte internazionale in Italia, diventi inevitabilmente il segno di un ritorno alla normalità.
E la normalità, oggi, è esattamente ciò che Mosca vuole ottenere. Non serve un manifesto propagandistico, non serve una dichiarazione ufficiale, non serve neppure una bandiera sventolata con arroganza. Basta esserci. Basta poter dire che la Russia è di nuovo nel salotto buono della cultura europea. Basta che un vicepremier italiano entri in quel luogo e trasformi una presenza contestata in una scena istituzionale. La propaganda, spesso, non ha bisogno di parole. Le bastano i simboli.
Salvini prova a presentare tutto come una questione di buon senso. Dice, in sostanza, che l’arte non si censura e che i padiglioni vanno visitati tutti. Ma questa posizione, apparentemente aperta e liberale, nasconde una gigantesca rimozione del contesto. Perché non siamo davanti a una disputa estetica. Siamo davanti a una guerra, a un’aggressione, a una frattura politica che attraversa l’Europa e l’Occidente. In questo scenario, chi rappresenta le istituzioni italiane non può fingere che ogni gesto sia neutro. Non può comportarsi come se Venezia fosse separata da Kiev, come se la Biennale fosse sospesa fuori dalla storia, come se un padiglione nazionale non portasse con sé il peso politico del Paese che rappresenta.
L’ambiguità che indebolisce l’Italia
Il problema vero è l’eterna ambiguità di Salvini davanti alla Russia. Una ambiguità che ritorna ciclicamente, sempre mascherata da realismo, da pragmatismo, da insofferenza verso l’Europa, da difesa del dialogo o da fastidio per il presunto moralismo occidentale. Ma in politica internazionale l’ambiguità non è sempre equilibrio. A volte è solo debolezza. E quando di mezzo c’è Putin, quando di mezzo c’è una guerra nel cuore del continente europeo, l’ambiguità diventa un regalo al più forte, non una protezione per la pace.
La visita al padiglione russo rischia così di diventare l’ennesimo cortocircuito italiano. Da una parte un governo che formalmente sostiene l’Ucraina e rivendica la sua collocazione europea e atlantica. Dall’altra un vicepremier che manda un segnale diverso, laterale, sfuggente, perfettamente leggibile da Mosca. È il solito doppio binario che indebolisce la credibilità dell’Italia. Perché gli alleati guardano, gli avversari registrano e la propaganda russa utilizza ogni crepa per dimostrare che l’Occidente è diviso, stanco, incerto.
Dire che alla Biennale ha vinto Putin, allora, non significa attribuire all’arte una colpa che non ha. Significa riconoscere che la cultura, quando viene incorniciata dentro un padiglione nazionale e dentro una guerra ancora aperta, non è mai un fatto innocente. Può essere libertà, può essere dissenso, può essere memoria. Ma può diventare anche normalizzazione. E in questo caso il rischio è esattamente questo, trasformare la presenza russa a Venezia in un segnale di rientro, come se nulla fosse, come se la guerra potesse restare fuori dalla porta mentre dentro si celebra il rito elegante dell’arte.
Salvini non difende la cultura. Difende una zona grigia. E quella zona grigia è il terreno preferito da Putin. Perché il Cremlino non ha bisogno che l’Europa gli dia ragione apertamente. Gli basta che l’Europa si divida, che abbassi la soglia dell’indignazione, che confonda il dialogo con la resa simbolica, che chiami libertà ciò che in realtà è normalizzazione. In questo senso Giuli ha ragione. A Venezia non ha vinto la cultura russa libera. Ha vinto la capacità di Putin di trasformare anche un padiglione in un messaggio politico. E Salvini, consapevolmente o no, ha scelto di entrare proprio dentro quel messaggio.


