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Caso Fakir, dallo scudo penale alla contenzione: i nodi dell’inchiesta sulla morte del 42enne

Pubblicato: 21/07/2026 07:55

L’inchiesta sulla morte di Abderrahim Fakir, il 42enne deceduto durante un intervento di polizia al Pilastro, si concentra su diversi aspetti destinati a essere approfonditi nei prossimi mesi. Tra questi ci sono l’applicazione delle nuove norme sul cosiddetto scudo penale per gli operatori intervenuti, le modalità della contenzione adottata durante l’intervento e il percorso personale dell’uomo, già noto alle forze dell’ordine per precedenti vicende giudiziarie. Si tratta di elementi distinti tra loro che rientrano negli accertamenti in corso e che dovranno essere valutati dall’autorità giudiziaria.

Secondo quanto riportato dal Corriere della Sera, i pubblici ministeri di Bologna hanno iscritto i due agenti di polizia e i quattro operatori del 118 coinvolti nell’intervento nel registro modello 45 bis, previsto dalle norme introdotte con il Decreto Sicurezza. Si tratta di un’annotazione preliminare finalizzata a verificare se l’operato degli interessati possa rientrare in una delle cause di giustificazione previste dall’ordinamento. Questa procedura è distinta dall’iscrizione nel registro degli indagati previsto dall’articolo 335 del Codice di procedura penale e non comporta automaticamente l’attribuzione di responsabilità penali.

Lo scudo penale e gli accertamenti

Le verifiche dovranno stabilire se ricorrano condizioni come l’adempimento di un dovere, la legittima difesa, l’uso legittimo delle armi o lo stato di necessità. Gli accertamenti potranno concludersi anche con l’archiviazione delle posizioni esaminate, mentre l’eventuale ricorso a un incidente probatorio comporterebbe l’iscrizione nel registro degli indagati. Le norme introdotte dal Decreto Sicurezza prevedono inoltre un contributo economico fino a 10 mila euro per le spese legali sostenute dal personale coinvolto in procedimenti relativi al servizio, con obbligo di restituzione in caso di accertamento del dolo.

Parallelamente, l’attenzione degli investigatori resta concentrata sulle modalità dell’intervento che ha preceduto il decesso di Fakir. La tecnica della contenzione fisica, utilizzata per immobilizzare persone in stato di forte agitazione, è regolata da procedure che raccomandano di limitarne la durata e di evitare il mantenimento prolungato della posizione prona, in considerazione dei possibili rischi per l’apparato cardiaco e respiratorio.

I precedenti e il dibattito sulla contenzione

Nel ricostruire il profilo della vittima, il quotidiano La Verità richiama alcuni precedenti giudiziari e di polizia riferiti a Fakir. Tra questi figurano una condanna per reati legati agli stupefacenti, con una pena di quattro anni e due mesi di reclusione, e un episodio avvenuto nel 2019 su un treno, conclusosi con l’arresto per resistenza e interruzione di pubblico servizio. Viene inoltre ricordata una denuncia per lesioni risalente al 2022.

Sul tema della contenzione, il dibattito coinvolge anche il personale sanitario. Il medico Fabio De Iaco, già presidente della Società italiana della medicina di emergenza-urgenza, ha evidenziato come il contenimento fisico di una persona in stato di agitazione comporti rischi significativi e debba essere applicato solo per il tempo strettamente necessario, seguendo procedure precise. Il richiamo a casi analoghi del passato alimenta il confronto sulle tecniche di intervento, mentre sarà l’inchiesta della magistratura a chiarire se le modalità operative adottate nel caso di Fakir siano state conformi ai protocolli e se abbiano avuto un ruolo nel decesso del 42enne.

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