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Uno Bianca, Fabio Savi chiede scusa dal carcere. I familiari delle vittime: «Non lo perdoniamo»

Pubblicato: 22/08/2026 19:40

Fabio Savi, uno dei capi della banda della Uno Bianca, scrive dal carcere ai familiari delle vittime e chiede scusa per i crimini commessi. Ma la risposta di chi ha perso parenti e persone care durante gli anni di sangue del gruppo è durissima: nessun perdono e, soprattutto, la richiesta di raccontare finalmente tutto ciò che ancora non sarebbe stato chiarito. «Quelle di Fabio Savi sono scuse soltanto a parole perché nei fatti nella sua lettera non c’è alcuna novità sostanziale», afferma Alberto Capolungo, presidente dell’Associazione dei familiari delle vittime della Banda della Uno Bianca.

Savi è stato uno dei principali protagonisti della stagione criminale che tra il 1987 e il 1994 provocò 23 morti e oltre cento feriti tra Emilia-Romagna e Marche. Rapine, assalti, omicidi e agguati segnarono per anni il territorio, prima della scoperta che tra i componenti della banda figuravano anche appartenenti alle forze dell’ordine.

La lettera di Fabio Savi: «Capisco il vostro dolore»

Nella lettera inviata dal carcere, Savi si rivolge direttamente ai parenti delle persone uccise. «Capisco il vostro dolore che vivo quotidianamente anche io», scrive.

Parole con le quali uno dei capi della Uno Bianca sembra voler manifestare consapevolezza per le conseguenze dei crimini commessi. A distanza di oltre trent’anni dalla fine della stagione della banda, tuttavia, il gesto non viene considerato sufficiente dai familiari.

Per loro il problema non è soltanto ottenere delle scuse, ma arrivare a una ricostruzione completa di quanto accadde e soprattutto delle motivazioni alla base di una sequenza di delitti che ancora oggi lascia interrogativi aperti.

I familiari: «Scuse soltanto a parole»

Alberto Capolungo non chiude la porta alla possibilità che Savi abbia maturato una diversa consapevolezza rispetto al passato, ma pone una condizione molto precisa perché le sue parole possano assumere un significato concreto.

«Savi sembra essersi reso conto dell’enormità dei fatti compiuti, ma se vuole ottenere qualche beneficio è bene che vada dai magistrati a raccontare qualcosa di interessante», afferma il presidente dell’associazione.

Secondo Capolungo, infatti, i racconti forniti fino a questo momento non permetterebbero ancora di comprendere pienamente le ragioni di alcuni dei crimini commessi dalla banda.

«Fabio e Roberto raccontano due verità diverse»

Uno degli aspetti sui quali i familiari chiedono chiarezza riguarda le differenti ricostruzioni fornite nel tempo dai fratelli Fabio e Roberto Savi, entrambi protagonisti della vicenda criminale della Uno Bianca.

«Fabio e il fratello Roberto hanno compiuto i crimini insieme e il fatto che ora ci raccontino due verità diverse non è ammissibile», sottolinea Capolungo.

È proprio su queste contraddizioni che i parenti delle vittime chiedono risposte. Le condanne hanno stabilito le responsabilità penali per una lunga serie di episodi, ma per chi ha vissuto direttamente quella stagione rimane l’esigenza di comprendere fino in fondo perché furono commessi determinati delitti e se tutto ciò che riguarda l’attività della banda sia realmente emerso.

Rosanna Zecchi: «Ha ammazzato 23 persone, io non lo perdono»

Ancora più netta è Rosanna Zecchi, che ha guidato per 27 anni l’Associazione dei familiari delle vittime della Uno Bianca. La lettera non modifica il suo giudizio sull’uomo responsabile, insieme agli altri componenti della banda, di una delle più sanguinose vicende criminali della storia italiana recente.

«A me non fa nessuna pena», afferma Zecchi, arrivando anche a mettere in dubbio che il testo sia stato materialmente scritto dallo stesso Savi.

Poi la frase che chiude qualsiasi possibilità di riconciliazione personale: «Ha ammazzato 23 persone e io non lo perdono».

La lunga scia di sangue della Uno Bianca

La banda della Uno Bianca seminò il terrore per sette anni, soprattutto tra Bologna e la Romagna, estendendo la propria attività anche nelle Marche. Il nome derivò dall’utilizzo frequente di Fiat Uno di colore bianco durante rapine e altri assalti.

La scoperta dell’identità di alcuni componenti rese il caso ancora più sconvolgente. Tra i protagonisti della banda figuravano infatti poliziotti, circostanza che contribuì a rendere particolarmente complessa e inquietante l’intera vicenda.

Il bilancio finale fu di 23 persone uccise e più di cento ferite. Una lunga sequenza di violenze che ha lasciato un segno profondo nelle comunità coinvolte e nelle famiglie delle vittime.

Le scuse non chiudono il caso per le famiglie

A oltre trent’anni dagli arresti, la lettera di Fabio Savi riporta così la Uno Bianca al centro dell’attenzione. Ma per i familiari il pentimento dichiarato non può sostituire la verità.

È questo il significato della risposta arrivata dall’associazione: se Savi vuole dimostrare concretamente di avere maturato una nuova consapevolezza, secondo i parenti delle vittime dovrebbe mettere a disposizione dei magistrati ogni informazione ancora utile a chiarire gli aspetti rimasti controversi.

Le parole scritte dal carcere, almeno per ora, non bastano. E la risposta di Rosanna Zecchi sintetizza una ferita che, dopo oltre tre decenni, resta aperta: «Io non lo perdono».

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