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Tumore a 14 anni, quei 40 giorni senza cure furono decisivi: «Poteva salvarsi»

Pubblicato: 08/09/2026 07:35

Quaranta giorni possono aver cambiato tutto. Per Francesco Gianello, morto a 14 anni per un osteosarcoma al femore, il periodo compreso tra marzo e aprile 2023 sarebbe stato decisivo. Secondo i periti nominati dalla Corte d’Assise di Vicenza, se il ragazzo fosse stato sottoposto tempestivamente ai protocolli oncologici indicati dai medici, avrebbe avuto concrete possibilità di sopravvivere.

Alla sbarra ci sono i genitori del ragazzo, accusati di omicidio volontario con dolo eventuale. La coppia avrebbe rinunciato, almeno inizialmente, ai protocolli indicati dai medici per seguire il cosiddetto metodo Hamer, basato sull’idea che il tumore possa derivare da conflitti interiori e possa essere affrontato attraverso pratiche alternative. Tra i trattamenti seguiti dal ragazzo ci sarebbero stati impacchi d’argilla e farmaci antinfiammatori.

I quaranta giorni che avrebbero cambiato la prognosi

La diagnosi di tumore era arrivata nel dicembre 2022. Francesco era stato preso in carico dall’ospedale Rizzoli di Bologna, dove i medici avevano chiesto di procedere con una biopsia per avviare successivamente il percorso terapeutico. Il consenso, però, sarebbe stato ritirato dai genitori.

Per i periti, il periodo decisivo sarebbe quello compreso tra il 15 marzo e il 25 aprile 2023. Poco più di un mese durante il quale l’osteosarcoma, che inizialmente risultava ancora localizzato, operabile e privo di metastasi, avrebbe continuato a progredire senza le terapie previste dai protocolli oncologici.

Secondo la relazione depositata nel processo, il ritardo avrebbe fatto scendere la probabilità di sopravvivenza a cinque anni dal 74,8 per cento al 40 per cento. Una valutazione che contrasta con la tesi della difesa, secondo cui non sarebbe dimostrabile un rapporto diretto tra le decisioni assunte dalla famiglia e la successiva morte del ragazzo.

I genitori avrebbero seguito le indicazioni di un medico vicino alle teorie di Ryke Geerd Hamer, il medico tedesco radiato dall’Ordine e morto nel 2017. Francesco sarebbe stato inoltre portato nella comunità Valdibrucia, in Toscana, dove operavano naturopati, riflessologi e nutrizionisti. Solo quando le sue condizioni erano ormai peggiorate, alla fine di aprile 2023, la famiglia lo avrebbe accompagnato in ospedale a Perugia.

L’ipotesi dei farmaci neurotossici

Dalla perizia emerge anche un ulteriore elemento. Gli esperti ipotizzano che durante il periodo delle cure alternative possano essere stati somministrati al ragazzo farmaci potenzialmente neurotossici, tra cui prodotti a base di Artemisia.

Nella documentazione sanitaria compilata all’ospedale di Perugia erano stati infatti rilevati diversi disturbi neurologici: vista annebbiata, difficoltà nella coordinazione motoria, debolezza agli arti e agitazione. Sintomi che ora saranno valutati anche alla luce delle sostanze eventualmente assunte.

Il confronto sulla perizia entrerà nel vivo nella prossima udienza del processo, fissata per il 16 settembre. Al centro resterà soprattutto il punto indicato dagli esperti: stabilire quanto il ritardo nelle cure abbia inciso concretamente sulla possibilità di salvare la vita di Francesco.

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