
La morte di Matteo Franzoso, lo sciatore azzurro deceduto dopo una caduta durante un allenamento in Cile, potrebbe non essere stata soltanto il risultato di una fatalità. È quanto emerge dal provvedimento con cui la Procura federale della Fisi ha archiviato l’indagine avviata sul piano della giustizia sportiva per ricostruire le responsabilità legate all’incidente. Un documento che chiude formalmente il procedimento disciplinare, ma che mette in evidenza diversi elementi critici nella gestione dell’allenamento.
Al centro delle verifiche non c’è soltanto la dinamica della caduta. Gli accertamenti hanno riguardato soprattutto le caratteristiche del tratto di pista nel quale Franzoso perse il controllo degli sci e, in particolare, la presenza di una staccionata in legno collocata ai margini del tracciato. Secondo quanto emerge dagli atti, quell’ostacolo e la sua posizione avrebbero potuto aggravare in maniera significativa le conseguenze dell’uscita di pista.
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La staccionata e il tratto considerato pericoloso
Matteo Franzoso era impegnato in un allenamento sulle piste di La Parva, in Cile, quando cadde riportando ferite gravissime. Lo sciatore morì in ospedale a Santiago, dopo due giorni di agonia. Da quel momento la ricostruzione dell’incidente ha cercato di stabilire se quanto accaduto fosse riconducibile esclusivamente a un errore dell’atleta oppure se vi fossero altri fattori che avrebbero potuto contribuire alla tragedia.
L’indagine della giustizia sportiva, sottoposta anche all’attenzione della Procura Generale dello Sport del Coni, si è concentrata in particolare sulle condizioni della pista e sulle scelte effettuate per organizzare l’allenamento.
Un elemento ritenuto particolarmente significativo è stata la posizione della staccionata contro la quale Franzoso terminò la propria caduta. Negli atti viene evidenziato il ruolo che la struttura avrebbe avuto nell’aggravare le conseguenze dell’impatto.
“La natura rigida dell’ostacolo e la distanza ridotta dal tracciato hanno aggravato le conseguenze dell’uscita di pista”
Quella configurazione viene inoltre indicata come un fattore di rischio che avrebbe potuto essere previsto. A rendere ancora più significativo questo elemento c’è il fatto che, secondo quanto riportato dagli esiti dell’indagine, alcuni atleti avevano già espresso perplessità proprio sul tratto nel quale Franzoso sarebbe poi caduto, definendolo “pericoloso”.
Il tema non riguarda quindi soltanto la dinamica della caduta, ma anche le condizioni nelle quali l’allenamento venne organizzato e la possibilità di individuare preventivamente i rischi presenti lungo il percorso.

La procura: non una sola causa
Uno dei passaggi più rilevanti del provvedimento riguarda proprio l’individuazione delle cause dell’incidente. La manovra dello sciatore, considerata negli atti come l’elemento principale che portò alla caduta, non viene però indicata come l’unico fattore determinante.
La conclusione della Procura federale Fisi è netta:
“L’evento non può essere ricondotto a una singola causa”
Il ragionamento contenuto negli atti porta quindi a considerare insieme diversi elementi. Alla dinamica della caduta si sarebbero aggiunte condizioni relative alla struttura del tracciato e alla sicurezza dell’area circostante, che avrebbero ridotto le possibilità di contenere le conseguenze dell’incidente.
Tra gli aspetti considerati vengono indicati la posizione degli ostacoli, la conformazione della zona di sicurezza e il livello di efficacia delle protezioni. Tutti elementi che, secondo la ricostruzione della procura sportiva, assumono un peso nella valutazione complessiva di quanto accaduto a La Parva.
Particolare attenzione è stata inoltre dedicata alla configurazione del tracciato. Il percorso era stato predisposto dai tecnici della nazionale austriaca e successivamente accettato senza modifiche dai tecnici italiani. Secondo quanto emerge dal provvedimento, sia il tracciato sia le aree immediatamente circostanti presentavano caratteristiche che non sarebbero apparse pienamente compatibili con gli standard di sicurezza richiesti per allenamenti ad alta velocità.
I comportamenti dei tecnici e l’ipotesi di un controllo insufficiente
Il provvedimento parla anche di comportamenti “censurabili” da parte dei tecnici federali italiani che in quei giorni si occupavano dell’organizzazione degli allenamenti. La definizione assume particolare rilievo perché l’indagine era stata aperta proprio per verificare eventuali profili disciplinari legati alla gestione della vicenda.
Tra gli elementi evidenziati compare la possibile mancanza di un “controllo ulteriore” sulle condizioni del tracciato e sulle protezioni presenti lungo la pista. Secondo la procura sportiva, questo aspetto potrebbe avere avuto un ruolo nel valutare quanto l’incidente fosse evitabile.
Il documento, quindi, non descrive la morte di Franzoso come la conseguenza di un unico errore. Al contrario, mette insieme la caduta, le caratteristiche del tracciato, la collocazione degli ostacoli e le condizioni delle aree di sicurezza.
È proprio questa ricostruzione a rendere particolare l’esito dell’indagine: pur evidenziando elementi problematici, il procedimento della giustizia sportiva viene comunque archiviato secondo le regole previste.

La richiesta di verità dei genitori
A un anno dalla tragedia, Marcello e Olga Franzoso, i genitori dello sciatore, continuano a chiedere chiarezza. Secondo quanto riferito, la famiglia ha più volte denunciato quella che considera una scarsa attenzione da parte della Federazione nei confronti delle circostanze che portarono alla morte del figlio.
Di fronte alle conclusioni contenute nel provvedimento, i genitori scelgono per ora di attendere, ma sottolineano quella che considerano una contraddizione tra quanto emerge dagli accertamenti e la decisione di chiudere il procedimento.
“Questo lavoro dice con chiarezza che ci sono stati dei problemi, e allora perché si archivia? Saranno le leggi della giustizia sportiva, ma vogliamo la verità”.
L’archiviazione, dunque, non cancella gli elementi messi in evidenza durante l’indagine. Il provvedimento riconosce infatti l’esistenza di condizioni considerate problematiche e di comportamenti definiti “censurabili”, pur arrivando alla chiusura del procedimento disciplinare.
Resta inoltre aperta, almeno sul piano teorico, la possibilità che eventuali nuovi elementi possano avere conseguenze anche sul fronte della giustizia ordinaria. L’indagine della Fisi riguardava infatti esclusivamente gli aspetti disciplinari sportivi e non quelli penali.
Per la famiglia Franzoso, il punto centrale rimane quindi uno: capire se la morte di Matteo fosse davvero inevitabile oppure se una diversa gestione del tracciato, delle protezioni e dei controlli avrebbe potuto cambiare l’esito di quella giornata a La Parva. Gli atti dell’indagine sportiva, pur concludendosi con l’archiviazione, hanno messo nero su bianco una serie di criticità che ora fanno parte della ricostruzione della tragedia.


