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“Sara e mamma Antonella appena prima di morire…”. Avvelenate, rivelazione sconvolgente dall’ospedale

Pubblicato: 19/05/2026 09:12

Un racconto che potrebbe modificare in modo significativo la ricostruzione temporale del presunto avvelenamento da ricina costato la vita a Sara Di Vita, 15 anni, e alla madre Antonella Di Ielsi. È quello fornito dall’infermiere 55enne Gianni agli investigatori della Questura di Campobasso durante l’interrogatorio del 18 maggio, nell’ambito dell’inchiesta aperta dalla Procura di Larino per duplice omicidio premeditato.

L’uomo, dipendente dell’ospedale Cardarelli di Campobasso, era intervenuto nell’abitazione di Pietracatella condivisa dalle due vittime insieme ad altri familiari il 26 dicembre, poche ore prima del ricovero. Davanti agli investigatori avrebbe descritto una situazione già estremamente compromessa, tale da suggerire immediatamente il trasferimento urgente in ospedale.

Secondo quanto emerso dalla sua testimonianza, la giovane Sara presentava un quadro definito “delirante”, mentre la madre appariva poco reattiva, quasi incapace di parlare. Condizioni che, secondo il sanitario, andavano ben oltre una semplice gastroenterite, ipotesi inizialmente presa in considerazione nelle prime fasi della vicenda.
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Il racconto dell’infermiere davanti agli investigatori

L’interrogatorio dell’infermiere era considerato uno dei passaggi più importanti dell’indagine condotta dalla Polizia di Stato di Campobasso. Gli investigatori stanno infatti cercando di ricostruire con precisione le ultime ore di vita delle due donne e soprattutto il momento in cui sarebbero comparsi i primi sintomi dell’intossicazione.

Nel corso della deposizione, il sanitario avrebbe riferito di aver trovato Sara in uno stato di forte alterazione mentale, mentre la madre appariva già molto debilitata. La gravità del quadro clinico lo avrebbe convinto a raccomandare un immediato accesso al pronto soccorso.

Lo stesso infermiere ha inoltre chiarito di aver controllato attentamente le flebo somministrate alle due donne, escludendo qualsiasi possibilità che la contaminazione possa essere avvenuta attraverso quel materiale sanitario.

Un elemento ritenuto centrale dagli inquirenti, soprattutto dopo gli esami svolti dal Centro Antiveleni di Pavia, che hanno confermato la presenza della proteina tossica negli organismi delle vittime.

La nuova ipotesi sui tempi dell’avvelenamento

Gli accertamenti medico-scientifici effettuati nelle ultime settimane stanno orientando gli investigatori verso una revisione della cronologia iniziale. Secondo le analisi, la ricina avrebbe iniziato a produrre effetti evidenti in un arco temporale compreso tra le 48 e le 72 ore prima della manifestazione conclamata dei sintomi.

La testimonianza dell’infermiere potrebbe quindi spostare in avanti il momento dell’avvelenamento rispetto alle prime ipotesi investigative. Inizialmente l’attenzione si era concentrata sui pranzi e le cene consumate il 23 e il 24 dicembre, ritenuti possibili occasioni di contaminazione.

Adesso però il quadro appare più complesso. Se i sintomi gravi erano già presenti il 26 dicembre, e il decesso è avvenuto tra il 27 e il 28, gli investigatori stanno rivalutando sia le tempistiche sia le modalità attraverso cui la sostanza tossica sarebbe stata assunta.

Nel frattempo proseguono le audizioni di amici, parenti e conoscenti della famiglia. Sono già centinaia le persone ascoltate dagli investigatori nel tentativo di individuare eventuali moventi o circostanze sospette emerse nei giorni precedenti alla tragedia.

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L’indagine per duplice omicidio

La Procura di Larino ha aperto un fascicolo per duplice omicidio premeditato al momento contro ignoti. Nessuna persona risulta formalmente indagata, ma l’inchiesta si sta concentrando sempre più sull’ipotesi di un avvelenamento deliberato.

Negli ultimi giorni sarebbero emersi anche alcuni messaggi pubblicati tramite account anonimi su forum online, nei quali venivano chieste informazioni sull’utilizzo della ricina. Un elemento che gli investigatori stanno verificando per comprendere se possa avere collegamenti con il caso.

Parallelamente resta ancora aperto il filone relativo alla presunta colpa medica. In una prima fase, infatti, gli inquirenti avevano ipotizzato il reato di omicidio colposo nei confronti di cinque medici dell’ospedale Cardarelli che avevano preso in carico madre e figlia.

La posizione dei sanitari non è stata ancora archiviata, ma gli ultimi riscontri scientifici sembrano aver spostato il baricentro dell’indagine verso la pista dell’avvelenamento.

A confermarlo indirettamente è anche l’avvocato Pietro Terminiello, legale di uno dei medici coinvolti nell’inchiesta, secondo cui starebbero emergendo elementi compatibili con un peggioramento molto rapido delle condizioni cliniche delle due donne. Proprio le tempistiche dell’azione della ricina, secondo la difesa, renderebbero meno plausibile un’assunzione della sostanza avvenuta con largo anticipo rispetto al decesso.

Le indagini proseguono ora su più fronti, mentre gli investigatori cercano di chiarire chi possa aver avuto accesso alla sostanza tossica e soprattutto in quale momento sia avvenuta la contaminazione che ha provocato la morte della donna e della figlia adolescente.

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