
Svolta nelle indagini sull’attentato dinamitardo contro il giornalista Sigfrido Ranucci, avvenuto nell’autunno dello scorso anno nei pressi della sua abitazione vicino Torvaianica. All’alba di martedì i carabinieri hanno eseguito quattro misure cautelari nei confronti di altrettanti indagati, accusati di detenzione, porto e utilizzo di ordigni esplosivi, oltre che di minaccia e danneggiamento, con le aggravanti del concorso di più persone e delle modalità riconducibili al metodo mafioso.
Secondo gli investigatori, il gruppo avrebbe agito su incarico di un mandante ancora sconosciuto. In manette sono finiti Pellegrino D’Avino, Antonio Passariello, Saverio Mutome e Marika De Filippis, mentre un altro giovane di 21 anni risulta indagato. Il giudice per le indagini preliminari evidenzia come tutti abbiano preso parte alla preparazione dell’azione: dalla pianificazione ai sopralluoghi fino all’esecuzione materiale dell’attentato.

L’ordigno esplosivo venne collocato davanti al cancello dell’abitazione del conduttore di Report, provocando la distruzione di due automobili parcheggiate e gravi danni al muro di cinta. Le indagini hanno accertato che fu utilizzata gelatina da cava, un esplosivo ad alto potenziale ormai poco diffuso ma ancora caratterizzato da una notevole capacità distruttiva, elemento che farebbe ipotizzare l’esistenza di una rete illegale di approvvigionamento.
Per risalire agli autori, gli investigatori hanno ricostruito gli spostamenti del commando grazie alle immagini di videosorveglianza, ai dati delle celle telefoniche e all’individuazione della Fiat 500X utilizzata per raggiungere il luogo dell’attentato. L’auto era stata noleggiata in Campania e, secondo gli inquirenti, sarebbe stata messa a disposizione del gruppo proprio per portare a termine la missione.
L’inchiesta ipotizza che l’azione sia stata commissionata dietro compenso economico. I presunti mandanti avrebbero fornito denaro, schede telefoniche dedicate e perfino assistenza logistica e legale agli esecutori, predisponendo anche un eventuale piano di fuga all’estero e cercando di ostacolare le indagini con attività di depistaggio. Contestualmente agli arresti sono state eseguite anche numerose perquisizioni domiciliari.
Un caso che si è arricchito di un particolare: una mail ricevuta dagli inquirenti, con scritto “Regalo di Pasqua”, contentente elementi chiave per risalire a “chi ha fatto quel casino”, ovvero gli autori dell’attentato. Anche su questa pista si continua a indagare.
Determinante per l’inchiesta è stata la testimonianza di un automobilista che, la sera dell’esplosione, ha notato un uomo con il volto coperto da un passamontagna sostare davanti all’abitazione di Ranucci. Pochi istanti dopo il sospetto è salito a bordo di una piccola auto nera, allontanandosi rapidamente. Subito dopo il testimone ha udito un violento boato, riconducibile all’esplosione dell’ordigno.
Un contributo decisivo è arrivato anche dall’autonoleggiatore che aveva consegnato la vettura utilizzata dal gruppo. Intercettato dagli investigatori, l’uomo ha raccontato a un conoscente di essere stato convocato in caserma perché «con quella macchina ne hanno combinata un’altra», senza però conoscere i dettagli dell’accaduto. Da quel momento gli accertamenti si sono concentrati sulla rete di persone coinvolte nel noleggio dell’autovettura.
Le intercettazioni raccolte durante le indagini restituiscono un quadro particolarmente allarmante. In una conversazione uno degli indagati afferma: «Dobbiamo buttare i palazzi per terra», parlando della potenza dell’esplosivo da utilizzare. In un altro dialogo vengono discusse tecniche di innesco a distanza tramite telecomando e si fa riferimento all’aiuto ricevuto in passato da un militare nella costruzione di ordigni, elementi che hanno rafforzato il quadro investigativo.
Nonostante la gravità dell’attentato, il gip sottolinea che dagli elementi raccolti finora «non si acclara la finalità di uccidere». Secondo il giudice, le modalità con cui l’ordigno è stato collocato non consentono di affermare con certezza che l’obiettivo fosse provocare la morte del giornalista. Le indagini, tuttavia, proseguono per individuare i mandanti e ricostruire il movente che ha portato all’attacco contro Sigfrido Ranucci.


