Unione Europea

In queste settimane si è a lungo dibattuto sul ruolo dell’Europa nella gestione dell’emergenza coronavirus. Nel tentativo di arginare la crisi e far ripartire le economie dei vari Paesi, i leader europei hanno ragionato essenzialmente su tre possibili strumenti: Mes, coronabond e Recovery fund.

Il Mes

Il Mes è un acronimo con il quale si indica il Meccanismo europeo di stabilità. Si tratta di un fondo istituito nel 2012 con l’idea di fornire aiuto agli Stati europei in difficoltà economiche. Nasce dal semplice principio secondo il quale, in un sistema globalizzato, qualunque nazione in crisi potrebbe trascinare con sé anche le altre.

I vari Stati membri dell’Unione hanno così messo insieme alcune risorse, circa 700 miliardi di euro, da cui è possibile attingere in caso di emergenza. Ogni Stato ha contribuito con una quota commisurata al proprio prodotto interno lordo: il maggior contribuente è la Germania, che ha fornito al fondo un capitale di quasi 22 miliardi, seguita da Francia, 16 miliardi, e Italia, 14 miliardi.

Il Mes e il coronavirus

Il punto nodale della questione è che chi ricorre a queste risorse, però, non può farlo in maniera indiscriminata, ma deve sottostare a rigide condizioni.

In estrema sintesi, gli altri Stati membri devono potersi assicurare, attraverso le istituzioni europee, che le risorse vengano usate nel modo corretto da chi le richiede e non vengano invece sperperate.

È proprio su questi rigidi controlli, spesso definiti con il termine “troika”, che i leader europei si stanno dividendo. Per gestire l’emergenza coronavirus, infatti, il Mes verrebbe concesso solo per la gestione delle spese sanitarie, con condizionalità meno impegnative. Così facendo l’Italia potrebbe usufruire di circa 36-37 miliardi di euro, anche se sul reale impatto di queste nuove condizionalità è in atto un aspro scontro politico.

I coronabond

Se il Mes, almeno nella sua versione tradizionale, è un sistema già esistente ed operativo, i coronabond esistono solo sotto forma di ipotesi. Sono uno strumento, infatti, proposto ad hoc per affrontare l’emergenza coronavirus, caldeggiato da alcune nazioni ed osteggiato da altre. Si tratterebbe di obbligazioni emesse a livello europeo, che consentirebbero agli Stati di incamerare nuove risorse. In pratica questi titoli, una volta immessi sul mercato, sarebbero comprati e andrebbero a finanziare le spese per far fronte alla crisi.

Non essendo legati ad un singolo Paese, ma all’intera Unione Europea, i coronabond prevederebbero in sostanza una messa in comune delle spese passate e future, la cosiddetta mutualizzazione del debito, tra i vari Stati membri.

Tutto ciò andrebbe teoricamente ad avvantaggiare chi ha già un debito elevato, come Italia o Spagna, che potrebbero condividere i loro debiti con Paesi economicamente più forti, come la Germania. È la ragione per la quale le nazioni del Nord Europa si sono opposte a questo strumento.

Il Recovery fund

Per superare l’impasse creata dai coronabond, il 17 aprile l’europarlamento ha approvato una risoluzione con cui opta per la creazione del cosiddetto Recovery fund.

Si tratterebbe di un fondo garantito direttamente dal bilancio dell’Unione europea, creato con lo scopo di gestire l’emissione di obbligazioni comuni chiamate recovery bond.

L’idea di fondo non è dissimile da quella dei coronabond, ma con una sostanziale differenza: in questo caso non si prevederebbe una mutualizzazione dei debiti pregressi, ma soltanto una condivisione delle spese future derivanti dall’emergenza coronavirus. I proventi ricavati dall’emissione di titoli, svariate centinaia di miliardi di euro, sarebbero così messi a disposizione dei Paesi più in difficoltà per spese sanitarie e ripartenza economica.

È probabile che, in molti ambiti, quando si parla di coronabond si faccia in realtà riferimento ad un strumento di questo tipo. Data l’assenza della mutualizzazione del debito, il Recovery fund potrebbe infatti trovare una maggiore condivisione da parte dei leader europei.

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