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“Torturate, una condannata a morte!”. Il dramma di due gemelle di 19 anni

Pubblicato: 07/09/2026 09:16

Per quattro mesi una madre ha cercato le proprie figlie senza sapere dove fossero. Ospedali, tribunali, uffici dello Stato: ogni tentativo di ottenere una risposta è rimasto senza esito, mentre il silenzio sulle due ragazze diventava sempre più difficile da sopportare. Poi è arrivata una convocazione in carcere e, dopo mesi di attesa, la possibilità di rivederle.

Ma quell’incontro ha mostrato una realtà ancora più drammatica. Le due giovani, ancora studentesse al momento dell’arresto, erano profondamente cambiate. I loro corpi portavano i segni della detenzione e delle violenze che, secondo la famiglia, avrebbero subito durante la prigionia. Da quel momento, però, è calato nuovamente il silenzio, fino all’arrivo delle sentenze.
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Le proteste e l’arresto

Le protagoniste della vicenda sono Taraneh e Romina Rahimi, due gemelle che oggi hanno vent’anni. Nove mesi fa, quando ne avevano 19, avevano partecipato alle proteste contro il regime iraniano scendendo in strada a Isfahan.

Le manifestazioni avevano coinvolto numerose città iraniane. Secondo quanto raccontato dalla famiglia al Guardian, le proteste avevano interessato circa cento centri, da Teheran a Shiraz, dando forma a una mobilitazione di massa contro il governo degli ayatollah.

Un mese dopo le grandi manifestazioni del gennaio 2026, le due sorelle sarebbero state prelevate durante la notte. Uomini mascherati avrebbero fatto irruzione nella loro abitazione e le avrebbero portate via con la forza dalla loro cameretta, procedendo all’arresto.

Da quel momento è iniziato per la madre, Marzieh Nourmohammadi, un lungo periodo senza notizie delle figlie.

Quattro mesi senza notizie

Per quattro mesi la donna non ha saputo dove fossero detenute le due gemelle. Le ha cercate negli ospedali, nei tribunali e negli uffici statali, senza riuscire a ottenere informazioni.

La svolta è arrivata con una telefonata. La madre è stata convocata nel carcere di Dowlatabad, a Isfahan, dove finalmente ha potuto rivedere le figlie. L’incontro, però, si è trasformato in un momento drammatico.

Secondo il racconto della famiglia, la donna avrebbe avuto difficoltà a riconoscere le ragazze. I loro volti erano tumefatti e sui corpi erano visibili lividi, ematomi e fratture. Alcune ciocche di capelli sarebbero state strappate.

La famiglia sostiene che quei segni fossero il risultato delle torture subite durante la detenzione e descrive per le due sorelle un regime particolarmente duro, caratterizzato anche dall’isolamento.

Quella sarebbe stata l’unica visita concessa alla madre. Dopo quell’incontro, sulle condizioni e sulla sorte delle due giovani è tornato il silenzio.

Una condanna a morte e 25 anni di carcere

La notizia successiva è arrivata sotto forma di due sentenze. Taraneh Rahimi è stata condannata a morte, mentre per la sorella Romina è stata stabilita una pena di 25 anni di carcere.

Secondo quanto riferito dal cugino Masoud Nourmohammadi, Taraneh avrebbe ammesso di aver compiuto atti violenti durante le manifestazioni dell’8 e 9 gennaio 2026 soltanto dopo essere stata sottoposta a pressioni durante la detenzione.

Il racconto della famiglia sostiene che la giovane sarebbe stata minacciata dagli agenti: se non avesse firmato una confessione, la sorella avrebbe subito abusi davanti a lei.

Il processo si sarebbe svolto senza che nessuno potesse assistervi. Alle due giovani, ormai ventenni, non sarebbero stati inoltre concessi ulteriori permessi per le visite dopo le condanne.

Il timore della famiglia è ora che l’esecuzione di Taraneh possa essere fissata rapidamente, senza lasciare spazio sufficiente alle procedure di ricorso.

La denuncia della famiglia

Masoud Nourmohammadi, che vive negli Stati Uniti da 22 anni, ha scelto di rendere pubblica la vicenda nonostante le minacce ricevute sui social network. Tra i messaggi indirizzati al cugino delle due ragazze ci sarebbero anche minacce dirette alla sua sicurezza.

L’uomo continua a raccontare la storia delle gemelle nel tentativo di attirare l’attenzione sulla loro situazione e sostenere la battaglia della famiglia per evitare l’esecuzione di Taraneh e la lunga detenzione di Romina.

Il timore riguarda soprattutto i tempi del possibile ricorso. Nourmohammadi ha contestato il rispetto delle procedure previste, sostenendo che esista un periodo di 18 giorni durante il quale gli avvocati possono presentare ricorso, ma che in alcuni casi recenti le esecuzioni sarebbero avvenute senza attendere il completamento di questo percorso.

Le esecuzioni dopo le proteste

La vicenda delle sorelle Rahimi si inserisce nel quadro della repressione seguita alle proteste antigovernative in Iran. Secondo i dati riportati nel racconto della famiglia, quest’anno il Paese avrebbe già eseguito più di 500 condanne a morte, nonostante le difficoltà legate alla guerra con Stati Uniti e Israele iniziata a febbraio.

Tra le persone giustiziate ci sarebbero almeno 29 individui collegati alle proteste di gennaio, comprese 16 donne. Centinaia di altri manifestanti, inoltre, sarebbero stati condannati a morte oppure accusati di reati per i quali è prevista la pena capitale.

Isfahan, la stessa città nella quale vivevano e protestavano le gemelle, sarebbero più di 70 le persone interessate da condanne a morte o procedimenti che potrebbero portare al patibolo.

Per Taraneh e Romina, dunque, la protesta scesa nelle strade mesi fa ha avuto conseguenze che continuano a pesare sulla loro vita. Una è ora di fronte alla possibilità dell’esecuzione, l’altra a una condanna di 25 anni di carcere, mentre la famiglia continua a chiedere che la loro storia non venga nuovamente avvolta dal silenzio.

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