Serena Mollicone scomparsa e uccisa nel 2001

Serena Mollicone era una ragazza come tante, occhi blu, un sorriso dolce, al quinto anno di liceo, prossima a sostenere l’esame di maturità e con un futuro roseo davanti a sé pieno di strade tra cui scegliere, magari con accanto quel fidanzato con il quale aveva una relazione. Serena era cresciuta senza mamma, scomparsa per una grave malattia quando lei aveva 6 anni, ma non le era mai mancato l’amore della sorella maggiore Consuelo e di papà Guglielmo. Sarà proprio lui a portare avanti la battaglia per la verità su cosa le sia davvero accaduto, fino alla sua morte, avvenuta il 31 maggio 2020.

La vita di Serena Mollicone si è fermata prematuramente 19 anni fa ad Arce, una morte violenta che non ha mai trovato risposte fino ad ora. Che cosa è successo davvero a Serena Mollicone? Come si sono sviluppate le indagini che hanno portato 5 persone alla sbarra?

La scomparsa di Serena Mollicone

Il 1° giugno 2001 era un venerdì. Quella mattina Serena non sarebbe andata a scuola, l’aspettava una visita dentistica all’ospedale dell’Isola Liri a 10 km da Arce.

Successivamente, alle 9.30, la giovane è stata vista alla panetteria vicina alla stazione dove ha comprato 4 pezzi di pizza e 4 cornetti, dopodiché è tornata ad Arce, dove, fino al 2008, il suo ultimo avvistamento certo è in piazza Umberto I.

La giornata di Serena Mollicone prevedeva altri impegni che non si realizzarono mai, perché da quel momento di lei si persero le tracce per i due giorni successivi.

Il ritrovamento del corpo

Le ricerche di Serena durarono due giorni, il suo corpo fu ritrovato alle 12:15 del 3 giugno da alcuni volontari della Protezione Civile che facevano parte delle squadre di ricerca.

I resti sono stati individuati nei pressi del boschetto di Fonte Cupa ad Anitrella, frazione di Monte San Giovanni Campano, a 8km da Arce. Qui il primo elemento ambiguo, lo stesso punto era stato ispezionato il giorno prima da una squadra di carabinieri e nessuno aveva notato nulla.

Il corpo di Serena Mollicone era stato adagiato in mezzo alle felci e agli arbusti boschivi, supino, mani e gambe legate con scotch e fil di ferro e un sacchetto di plastica sulla testa, mentre naso e bocca erano stati sigillati con nastro adesivo.

Sul volto una brutta ferita all’altezza dell’occhio sinistro. Sulle condizioni del corpo di Serena ci saranno molte ambiguità, compresa quella emersa dalla seconda autopsia del 2016 da parte del medico legale Cristina Cattaneo, dalla quale emerse l’assenza degli organi genitali.

La prima indagine

Il primo filone di indagini sulla morte di Serena Mollicone si rivelò fallimentare e vide coinvolta una persona totalmente estranea ai fatti. La Procura di Cassino, che aveva in carico l’indagine, iscrisse nel registro degli indagati il carrozziere di Rocca d’Arce, Carmine Belli.

L’uomo, stando ad un biglietto ritrovato durante le indagini, avrebbe dovuto incontrare Serena proprio quel giorno. Dopo due anni tutte le accuse a carico di Belli caddero, il carrozziere, seguito dai legali Silvana Cristroforo e Romano Misserville, fu prosciolto da ogni accusa dalla Corte di Cassazione nel 2004, grazie anche alle analisi del criminologo Carmelo Lavorino.

Il suicidio di Salvatore Tuzi

Una prima e concreta svolta nel caso risale al 2008, a seguito del suicidio del carabiniere Salvatore Tuzi, che si uccise con un colpo d’arma da fuoco nella sua auto, una Fiat Marea Week-End. Era l’11 aprile, pochi giorni dopo aver dichiarato in Procura che quel 1 giugno 2001 aveva visto una ragazza molto simile a Serena Mollicone entrare in caserma ad Arce, e non averla vista uscire finché lui era di turno, ovvero fino alle 14.30 del pomeriggio.

A quel punto le indagini presero una piega diversa che portarono, nel 2011, all’inserimento dei nomi di Franco Mottola, comandante della caserma, del figlio Marco e della moglie nel registro degli indagati con l’accusa di omicidio volontario e occultamento di cadavere.

La riesumazione del 2016

Le indagini si protrassero a fasi alterne fino al 2016, anno in cui il cadavere di Serena Mollicone viene riesumato per nuovi esami autoptici.

Oltre all’anomalia sorpacitata, dall’autopsia, svolta presso il Labanof dell’Università degli studi di Milano, emersero prove che collocavano la morte di Serena in caserma. Dopo un secondo funerale, il padre di Serena, che in tutti quegli anni non aveva mai smesso di lottare per la verità, richiese una perizia in caserma.

Nel mentre, il criminologo Carmelo Lavorino viene richiamato, questa volta dalla famiglia Mottola. Effettuerà diverse controperizie e finirà con il contestare il lavoro della dottoressa Cattaneo, del Ris e del Ros.

Che cosa è successo a Serena Mollicone?

Nel corso delle indagini si è fatto via via più chiaro lo scenario.

Dietro l’omicidio di Serena Mollicone ci sarebbe il movente del traffico di droga, nel quale sarebbe stato immischiato Marco Mottola, figlio del comandante. Serena Mollicone si, era in caserma quel giorno forse per un confronto o, forse, per denunciarlo, non sapendo a cosa in realtà stava andando incontro.

Secondo quanto ricostruito, con molta probabilità a seguito di una brutta lite, Marco Mottola ha colpito Serena facendole sbattere la testa contro una porta (trauma che trova conferma nella ferita al volto). Dopodiché la famiglia avrebbe occultato il corpo. Serena non è morta per il trauma, bensì la causa del decesso è stata identificata nel soffocamento per colpa del nastro adesivo e della busta di plastica, una morte lenta e in piena agonia.

Cinque persone a processo

Oltre ai Mottola, sono altre due le persone a processo. Si tratta del sottoufficiale Vincenzo Quatrale e del carabiniere Francesco Suprano; il primo è accusato di concorso in omicidio e istigazione al suicidio, per la morte di Salvatore Tuzi, mentre il secondo per favoreggiamento.

Nel corso di una conferenza stampa, risalente all’11 gennaio scorso, i Mottola hanno rotto il silenzio per ribadire ancora una volta la loro innocenza: “Della morte di Serena non so e non sappiamo nulla” hanno dichiarato, per poi aggiungere “Sono e siamo totalmente innocenti”.

L’ultima udienza si è tenuta lo scorso febbraio presso il Tribunale di Cassino. La requisitoria è durata diverse ore ed è stato chiesto il rinvio a giudizio per tutti gli imputati. Anche l’Arma dei carabinieri si è costituita parte civile nel processo.

Durante l’udienza è emersa anche un’intercettazione shock che vede protagonisti alcuni operai dell’azienda del fratello della signora Mottola che parlavano proprio del nastro adesivo. L’udienza successiva avrebbe dovuto tenersi il 20 marzo scorso, ma l’iter giudiziario è stato sospeso temporaneamente a causa dell’emergenza Covid-19.

La lotta per la verità di papà Gugliemo

Guglielmo Mollicone non ha mai smesso di lottare per la verità su quanto accaduto alla figlia; solo la morte, la sua, lo ha fermato. Papà Guglielmo è stato colto da malore nella notte tra il 26 e il 27 novembre 2019, da allora la sua vita è stata attaccata alle macchine e ha finito con lo spegnersi nel pomeriggio del 31 maggio 2020.

A dare l’annuncio su Facebook è stato un membro della famiglia che ha scritto: “Serena adesso è con il suo papà”. La tenacia e la forza con cui Guglielmo Mollicone ha lottato, hanno commosso l’Italia intera.

Approfondisci:

Omicidio Mollicone, prima udienza dopo 18 anni: “Torturata senza intervenire”

Omicidio Mollicone, minacce di morte a un agente che ha seguito il caso

Omicidio Mollicone: a processo la famiglia del Maresciallo Mottola